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CON GLI OCCHI DI UN AUTISTICO

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Note sono le polemiche scatenate, non molto tempo fa, dalle parole di un politico italiano che, per descrivere gli atteggiamenti di alcuni suoi colleghi, ha tirato in ballo l'autismo. Immediate sono state le reazioni e pronte sono arrivate anche le scuse e le giustificazioni. Provando ad andare oltre al fatto specifico, segno comunque di una dialettica politica da tempo non più all'altezza di un Paese civile, quanto successo richiama l'attenzione su un problema serio e radicato nella nostra società: la mancata conoscenza di alcune sindromi. Il non conoscerle, ignorandone cause, relazioni e soprattutto caratteristiche di chi ne è affetto porta spesso i famosi "normali" a cadere e scadere in comportamenti come e ben più gravi di quelli del politico italiano. Scalpore ha suscitato, sempre non molto tempo fa, anche la storia della festa di compleanno del bimbo autistico, con solo un paio di presenti sui tanti invitati. Segno che qualcosa non va, soprattutto negli adulti, nei grandi.

Personalmente ricordo che, quando ero bambino, spesso in classe o per strada sentivo etichettare da qualche amichetto come "handicappato" o come "down" qualcuno che aveva sbagliato a fare qualcosa o che, più semplicemente, non ci riusciva. Ricordo anche che, a sentire certe cose, rimanevo sempre un po' perplesso, forse perché nel mio ambito familiare e di catechismo, avevo potuto approfondire certi argomenti ed ero quindi arrivato a capire che non era affatto una cosa carina o addirittura opportuna dare a qualcuno del "down" o dell'"handicappato", e non solo perché poteva offendere, ovviamente, chi la riceveva, ma anche e soprattutto perché andava a ledere la sensibilità di chi quella condizione era costretto a viverla davvero. Ricordo bene le risate che, in maniera naturale, si scatenavano in classe quando la professoressa di inglese ci invitava a stare seduti con il suo "Sit down", e ricordo anche i suoi approfondimenti sul tema, insieme a quelli poi di altri docenti, per aiutarci a capire, a comprendere, a conoscere.

Oggi sono grande, ma di comportamenti analoghi ne vedo ugualmente, e la cosa mi fa paura, perché ad attuarli, spesso, non sono i bambini, presi dalla foga dell'innocenza dei loro anni, ma gli adulti, quelli che dovrebbero conoscere, sapere, informare, istruire. Mi fa paura perché a volte a dire verso qualcuno "mi sembri un down" ho sentito dei padri di famiglia, con dei figli, magari vicino a loro. Provando ad approfondire la questione con alcuni, ho compreso che in fondo la loro non era cattiveria o voglia di offendere ma più semplicemente (e drammaticamente) ignoranza sugli argomenti. Non conoscere la sindrome di Down, non sapere cosa sia l'autismo porta molte persone a credere che dire "sei un down" equivalga al leggero dire "Non fare lo stupido". Ma non è così. Non lo è perché essere down o essere autistico è qualcosa di molto più complesso, di articolato, di speciale. E credo che, in fondo, basterebbe far conoscere queste condizioni per evitare certi comportamenti.

Tante sono le Associazioni che si battono proprio per generare, prima di tutto, la consapevolezza che la sindrome di Down esiste, che l'autismo esiste, e che chi ne è affetto ha delle capacità incredibili, immense, straordinarie, da valorizzare per la loro vita, per quella di chi è intorno a loro, per l'intera società. Purtroppo, spesso, il nostro Stato, inteso come insieme di istituzioni, come burocrazia, come assistenza, non aiuta in maniera concreta ed efficace queste Associazioni che, di conseguenza, si trovano a dover affrontare un lavoro immane, svolto con amore, con passione, con dedizione. Immagino il loro stato d'animo, il loro magone, la loro rabbia quando sentono ancora oggi, nel 2018, pronunciare certe parole. Probabilmente per un attimo si ritrovano a pensare che non ci sia nulla da fare, che questa società non capirà e non cambierà mai, ma sono anche sicuro che un minuto dopo sono già all'opera per mettere a punto azioni e soluzioni ancora più incisive. Perché in tutto questo i veri e unici limitati siamo noi, quelli apparentemente normali. Noi, che non riusciamo mai a metterci d'impegno per capire e conoscere quello che è anche minimamente diverso da noi. Noi, che preferiamo aggredire e mettere a distanza invece di conoscere ed imparare. Noi, che non prendiamo mai la saggia decisione di trascorrere un'ora, anche solo una, con un ragazzo, una ragazza, un uomo o una donna con la sindrome di Down o con l'autismo. Quante cose impareremmo, quante nozioni riceveremmo in un solo istante. Quanto impegno riverseremmo, poi, nel far conoscere quello che abbiamo imparato. Perché loro sanno andare oltre, sempre, senza mai fermarsi, perché loro hanno qualcosa in più, e noi non dovremmo far altro che imparare a guardare il Mondo con gli occhi di un autistico.

Marco Tavassi

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