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LA COMMOVENTE STORIA DELLO SCRITTORE VALERIO SELVAGGI

Valerio Selvaggi, nato il 3 agosto 1941 a Grassano, ha vissuto per tanti anni a Torino e risiede attualmente a Trivigno (Provincia di Potenza). Il bravissimo narratore, apre il proprio cuore e traduce la sua esistenza in un romanzo intitolato “Il grido dell’anima”, pubblicato nel 2014 da Sacco editore. La trama del libro è molto interessante e consente una lettura fluente.

Scrivere gli avvenimenti della nostra vita, in particolare gli eventi sfavorevoli che l’hanno segnata, ha numerosi effetti benefici sulla salute. Scrivere su di sé è terapeutico. Ogni autobiografia è scritta perché l’autore ha bisogno di attribuirsi un significato. Valerio Selvaggi descrive i propri pensieri più intimi e osserva con maggiore attenzione le sue esperienze. Tiene traccia di alcuni episodi della sua vita ripercorrendo i momenti più espressivi. Ci divulga le sue emozioni e sensazioni latenti, ricapitola in maniera forte i diversi aspetti che contrassegnano la sua realtà associando un po’ di fantasia. Attraverso una testimonianza autentica, il filo dei ricordi scorre e si snoda tra i momenti di un’intensa importanza.

È nella precisione dei dettagli che Selvaggi rivela la propria grandezza. Riesce a far vedere al lettore il mondo nel modo in cui lui l’ha vissuto, esprimendolo in maniera rilevante. Riproduce le relazioni umane vissute ed i luoghi che abitano lucidamente la sua memoria. Il libro è pieno di riflessioni, Valerio diffonde i suoi pensieri e chiarisce bene tante nozioni, ci dà le sue dissertazioni minuziose e originali sulla vita, l’amore, la dignità, la giustizia, la perdita dei valori… Il romanzo, di un forte sentire, è l’autoritratto esistenziale di chi ha vissuto con generosità, e maturato un rapporto fondamentale con saggi maestri.

“Il Grido dell’anima” è una storia affascinante che ha scavato negli angoli più bui della sensibilità umana coinvolgendo vite che si incrociano e si affrontano. È un bilancio di un uomo tormentato, impegnato nella sua depressione e la sua evasione. Ci fa pensare all’Urlo del celebre pittore norvegese Edvard Munch, opera simbolo dell’angoscia e dello smarrimento che segnano la vita. Una storia dove l’impossibile si fonde col possibile tra sogni, speranze e sussurri, insieme sono protagonisti di una magica realtà. Nell’incredibile, dove la fantasia è vera quanto la realtà in cui niente di ciò che accade è un caso ma un destino.

Il personaggio Erio, spinto da un bisogno interiore, espone per staccarsi da una profonda crisi dovuta ad una quasi tragedia familiare. Lui, che è stato ottimista e solare, il dirupo degli eventi lo ha fatto sprofondare nella desolazione dovuta ad incontri sbagliati che lo hanno sconvolto nel tormento tra dignità, fede, perdono, vendetta e delitto. È condannato a rivivere la sua vita fra ricordi che sconvolgono il suo orizzonte esistenziale e il suo sistema dei valori. Nella sua mente scorre un bisogno di giustizia e di ricomposizione della memoria.

Il suo lungo viaggio di vita gli ha fatto attraversare tante esperienze, sia negative che positive. Altruista fin da piccolo, già col senso di solidarietà, ribelle, curioso ed anticonformista. Ha avuto tanti amici, a volte anche delle solitudini affliggete. Aveva le sue caratteristiche irriducibili, che la famiglia, a volte, non capiva il lato autentico e lo reprimeva con rigida educazione. A scuola le cose andavano male per il suo comportamento indisciplinato. Nella vita ha sempre preferito la verità all’ipocrisia.

Erio racconta la sua vita da emigrante, affrontando l’emigrazione: “Erano i primi giorni di settembre del 1956, quando arrivò a Torino, con la valigia di cartone e la speranza di costruirsi un futuro…

Lasciando con amarezza la famiglia, i suoi amici più cari, i posti nei quali si era cresciuto, le romantiche albe, l'aria terza, il profumo della campagna ed il folklore della gente. Erano tutti dentro la sua valigia con una foto di famiglia assieme a lacrime amare! Spaesato giunse alla stazione di Torino Porta Nuova, dove c'era suo fratello ad attenderlo, stabilito a Torino da qualche anno per frequentare l'università.  Usciti dalla stazione, l'impatto con la grande città fu strano e straziante. Palazzi, via vai di gente che arrivava e partiva, autobus che caricava e scaricava persone, un mondo fuori dal suo mondo! La città gli appare ostile e diffidente, non c'è appartenenza, non c'è identificazione, ma solo desolazione... Vastità senza orizzonti ne per il cuore ne per lo sguardo! Si avviarono a piedi in corso San Maurizio No 46, ove suo fratello viveva in una misera camera ammobiliata. Arrivarono dopo mezz'ora davanti ad un portone d'epoca dei primi del novecento. Salirono le scale dal ballatoio ed al terzo piano si entrava in una camera con arredamento aranciato, due letti, una cucina a gaz, un tavolo, due sedie ed un lavandino, e tanta desolazione... Lo accolse la padrona la signorina Martinelli cinquantenne, esile, molto cordiale e gentile, con una voce fioca e carezzevole ancora piacevole, schietta e sensibile, con un labile sorriso che lasciava trapelare un trascorso burrascoso lasciatosi alle spalle. Erio la salutò ed entrò in camera, stanco, desolato, senza cenare si buttò sul letto scricchiolante senza svestirsi, spense la luce e con le lacrime agli occhi ed un nodo alla gola si addormento! "Il suo destino da emigrante prese forma proprio quella notte". Partire, fare l'emigrante è uno strappo, una specie di amputazione, spaccarsi in due... La mente al paese, ed il corpo altrove... è una violenza! Nell'espatrio si perde parte di sé.  No... Non si estranea facilmente dalla propria terra, dalla propria giovinezza!  So che ci vuole del coraggio per andarsene, coraggio e disperazione.

Il trauma dell’emigrazione ha fatto perdere ai meridionali, abitanti a Torino, le caratteristiche di fantasia e di filosofia, si sono adeguati con difficoltà al nuovo ambiente, la cui cultura e costumi diversi li hanno disorientati, diventati rassegnazione e speranza insieme”. Ha vissuto la sua afflitta vita da emigrante in una terra inospitale, discriminante, il Piemonte. Sui muri della città vedeva scritti: “Via i terroni. Piemonte libero. Ognuno al suo paese”. Ha spezzettato la sua giovinezza a Torino, la sua città di adozione. Erio  è stato studente lavoratore assieme a suo fratello Leonardo. Hanno incominciato in età giovanile a provare sulla loro pelle la differenza tra ricchezza e povertà. La vita era cara, si sono ripiegati ad accomodarsi a fare qualsiasi lavoro. Dopo diversi anni, dopo aver ingoiato tanto fiele, umiliazione e tanta fame, i loro sacrifici sono stati ricompensati. Suo fratello è diventato direttore della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. Mentre lui si è impiegato nelle ferrovie, impegnandosi a sviluppare anche cose private.

Erio dedica una poesia alle sue figlie Micaela e Porzia, scrive: “Anche se il sipario è caduto/ il bene del padre vi seguirà ovunque/ voi andate, come un fascio di luce bruciante,/ vi accompagnerà al di là di ogni confine fino alla dissoluzione… Rimane sempre il filo che tiene insieme i ricordi,/legame che il tempo non può sbiadire,/ è il filo tenace dell’affetto presente nel cuore del padre”.

Erio scava nella memoria e rivede sua madre, estranea al nuovo paese, approdata da Trivigno a Grassano, dopo aver sposato suo padre. La chiamavano la Trivignese. Era l’unica persona che ha saputo comprenderlo, supportando la sua irritazione, la sua impulsività, il suo gridare, volendogli tanto bene. Erio parla della sua depressione e delle notti senza fine che gli strappano lo spirito nella disperazione tra lo scontro fede, dignità, vendetta e delitto. Lo circondano e lo trascinano giorni interminabili di solitudine e di grandi silenzi. Erio è convinto di essere in un’epoca in cui regna la superficialità e la falsità, periodo storico catastrofico, sordido, cinico e privo di valori umani: “Quando c’era poco pane e tanta felicità, tanto rispetto fra gli uomini e nelle famiglie. Oggi abbiamo creato il benessere, ma abbiamo distrutto la pace.”

Erio parla con dolcezza del suo Amore. Si trovava in Russia per motivi di lavoro, in seguito ad un incidente d’auto conobbe Mara che prestava servizio come medico all’ospedale. Mara lo portò dai suoi genitori in un borgo di campagna dove è stato curato come un figlio. In seguito a una convalescenza di tre settimane, Erio rientrò in Italia perché era scaduto il suo permesso di soggiorno. Dopo un anno, fortuitamente il destino volle che incontrasse Mara in una mostra di pittura a Torino. Mara venne a Torino, per un corso di medicina, per poi decidere di rimanere.

Erio si rifugia in un angolo della sua mente per ricostruire le cose smarrite. Gli viene in mente quando partì per il Venezuela, era ragazzo quattordicenne. Lo accompagnò a Napoli suo zio Giovanni Orga, a prendere la nave, vide il mare per la prima volta. La traversata durò diciassette giorni, aveva vomitato durante buona parte del viaggio. Gli rimarranno nel cuore i frammenti di una vita demolita, bruciata dal destino crudele! Donato Perduto, il filosofo, gli è sempre venuto in sogno, sfogliando la bibbia, a leggergli versetti, per dargli un po’ di sostegno.

Nelle sue breve vacanze a Trivigno, Erio scende al cimitero a guardare la sua nicchia. Nella sua fantasia si intravede già rintanato scorge la sua immagine e legge l’iscrizione: “Amico dei disadattati, degli abbandonati, dei carcerati, che ha saputo alleviare, capire e cogliere le loro amarezze e le angosce della vita”. Trivigno, è stato per Erio una dolce parentesi di vita, ha trascorso parte della sua infanzia, è stato molto legato a zii e cugini, e li ricorda con tenerezza e nostalgia. Il suo piccolo paese Grassano rimane enormemente grande nei suoi ricordi. Visita il suo paese dopo anni e la visione della sua casa è per lui un soffio di felicità. Gli manca il quadro della sua giovinezza, piena di natura, di animali, di gente severa, nobile con amore semplice e sincero. Erio si ricorda della “gente povera che si accontentava di poco, la povertà consolidava gli affetti, diffondeva il senso del bene, storie di gente semplice, abituata a fare i conti con sentimenti umili ed eterni, quale l’amore, la dignità, la semplicità… Oggi non è più così, tutto è cambiato, sono scomparsi quei valori… Come è cambiata questa società! La società dei consumi, dell’arrivismo, dell’egoismo, dell’edonismo”.

Erio sente oggi più che mai l’importanza di amare la sua terra, di riprendere i passi di una volta. Ritrova un quadro di cari ricordi ed affetti verso le cose più umili. Questo suo descrivere è un ritorno sentimentale, che gli fa rivedere il volto autentico della Lucania, un viaggio nella storia. La Lucania si presenta in gran parte selvaggia, offrendo un’incredibile varietà di ambienti e paesaggi di grande fascino e di straordinaria bellezza. Terra di leggende, piena di misteri e credenze popolari. Terra di uomini forti che conoscono solo il sudore, terra piena di umanità, di generosità, di passione e amore. Si racconta attraverso le immagini del cinema che si sono scelti questi luoghi per stupire e incantare. Preferita dai grandi cineasti di fama internazionale, come Mel Gibson, Pasolini che hanno scelto di ambientare i loro film in questa cornice popolare. Questa è la Lucania, la sua terra! Le sue radici! Terra sua, terra di sogni e tanta fantasia, dai mille volti, tanti colori e molta poesia. Erio constata con delusione che: “La Lucania nella sua fortunata posizione con tante risorse dal petrolio all’agricoltura e sfortunata per una gestione sfavorevole da governanti che hanno altri obbiettivi rispetto alla crescita e alla prosperità del popolo e delle sue ricchezze”.

Erio malinconico, ripensa sempre alle parole di Mara che lo ha spinto a riorganizzare i suoi pensieri disseminati in una agenda, diceva: “Valerio! Valerio! Riordini, riordini questo tuo tormento, è una medicina, uno sfogo alla tua rabbia, alla tua ira, un placebo alla tua irrequietezza, al tuo tormento, alla tua dannazione!”

In un vicolo buio, Erio viene aggredito da tre individui dall’aspetto sospetto, senza dir parola, lo pestano a sangue. È ricoverato in ospedale. Si reca in tribunale con carattere fermo, concentrato verso un unico obiettivo, volere incoronare l’azione di vendetta, per lavare il suo onore, la sua dignità schiacciata. Erio lancia un grido di giustizia che sale dalle profondità dell’anima, e enuncia: “Il lassismo e le legge attuali, fatte per gli uomini infami, ignobili, calpestano, offendono l’uomo onesto. La giustizia sta strappando il nostro tricolore, la nostra bandiera. Dove sono andate a finire gli ideali?”.

Dopo una vita difficile tra luci ed ombre, dissidi, arrivi e dirupi, si apre la strada del rientro alle origini, alle sue radici, alla sua terra, alla sua Trivigno dove ha lasciato le sue impronte, i ricordi più cari della sua infanzia. È venuto in un posto di montagna tranquillo, dove l’accoglienza paesana lo fa sentire in famiglia. In questo agglomerato di case, di gente umile, il problema di uno, diventa il problema di tutti.

Erio si perde nella spirale della sua storia. Tutto quello che ha fatto, che vede, che sente, non ha più significato. Le cose hanno preso una svolta inaspettata e un deviamento che lo ha fatto vagabondare nelle strade sconosciute. Gli vengono parole di ispirazione strazianti e dipinge di colori miserevoli il suo diario, sobillato e scavato nei meandri dell’animo. Ogni ricordo è un richiamo, una verità che gli brucia dentro, e come una sfida al buio di domani. Erio rilegge il passato con la paura del presente e riflette alle mille combinazioni della vita, ai tanti incontri, da cui possono derivare infinite distruzioni e ricostruzioni. Osserva che la sofferenza fa parte della vita, il dolore è nobile e grandioso, eleva spiritualmente. Non pensa più alla vendetta e al delitto. Non pensa più di essere stato più sfortunato degli altri, ora crede che questa esperienza sia stata utile, lo ha indurito, facendogli capire di più la vita.

L’autore Valerio Selvaggi e lo sventurato personaggio Erio sono veramente le stesse persone? L’ultima frase del libro afferma: “Erio non è ciò che pensate, è ciò che è”.

                                                                              HAMZA  ZIREM

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