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La grande fuga dal Sud comincia all’università, chi si laurea al Nord lavora prima e guadagna di più

Un grande esodo di cervelli verso il Nord. Che inizia all’università e continua poi quando si cerca un posto di lavoro. E così il Meridione rinuncia a oltre un quarto del suo capitale umano a favore del Nord. Perdendo di fatto un pezzo del suo futuro. Ma come biasimare i giovani meridionali? Chi si laurea al Nord trova lavoro prima (dopo un anno il 74% contro il 53%) e guadagna come primo stipendio oltre 200 euro in più. La nuova impietosa istantanea di un Paese a due velocità anche sul fronte della formazione arriva dall’ultimo rapporto di Almalaurea presentato a Napoli. Che conferma anche la fuga complessiva dall’università: dal 2003 al 2015 gli atenei hanno perso quasi 70mila matricole (-20%). E anche qui il divario è abissale: al Sud la contrazione è del 30% al Nord è solo del 3 per cento. Per l’Italia questo crollo aumenta il ritardo rispetto all’Europa, come certifica oggi anche Eurostat, che ci mette all’ultimo per numero di laureati: tra i 30 e i 34 anni i dottori italiani sono il 25,3% contro una media Ue del 38,7 per cento.

La mobilità degli studenti 
Il nuovo rapporto presentato da Almalaurea - che comprende insieme sia l’identikit dei laureati italiani e il focus sulle condizioni occupazionali - mostra qualche timido segnale di ripresa per gli sbocchi sul lavoro dei nostri “dottori” a dimostrazione che l’investimento negli studi conviene sempre: il tasso di occupazione tra i laureati triennali a un anno dal titolo è del 67% (un punto in più rispetto all’indagine dell’anno prima) e del 70% tra i magistrali (+0,3%). Prima della crisi nel 2007 era però rispettivamente l’82% e l’80,5 per cento. L’altra buona notizia che emerge dal report è che i nostri laureati concludono gli studi prima e sono più regolari rispetto al passato: l’età in cui si completa il corso di studi è 26,2 anni, in cinque stagioni la media è scesa di sette mesi. Quest’anno, però, il consorzio che riunisce 73 atenei e monitora oltre570mila laureati ha deciso di focalizzarsi anche sui divari territoriali cominciando dalla mobilità degli studenti. Mobilità che è molto bassa al Nord dove, su cento laureati, solo due cambiano ripartizione territoriale e cresce al Centro, dove la quota di chi migra per studiare è pari all’8 per cento. Al Sud neanche a dirlo, sale ulteriormente: il 20% decide di fare la valigia per studiare in un ateneo del Nord. E non finisce qui, perché la mobilità territoriale nel passaggio dall’università al mercato del lavoro è più frequente rispetto alla mobilità per motivi di studio. Perché, come ricorda il rapporto di Almalaurea, «mobilità richiama mobilità».

Le altre differenze 
L’esodo verso il Nord continua anche dopo la laurea. Ecco cosa accade a cinque anni dal conseguimento del titolo: su cento laureati residenti al Nord, 7 se ne vanno per lavorare, prevalentemente all’estero; dal Centro, a spostarsi sono il 13% dei laureati, prevalentemente al Nord; il Sud perde oltre un quarto del suo capitale umano: il 26 per cento. Anche a livello di sbocchi sul lavoro tra i laureati magistrali indagati a uno e a cinque anni dal titolo, il divario territoriale resta elevato e sempre a favore del Nord. A un anno dal titolo è occupato il 74% dei laureati residenti al Nord e il 53% di quelli meridionali. Il tasso di disoccupazione è pari al 17% tra i colleghi del Nord e sale al 36% tra quelli del Sud. Elevate anche le differenze retributive: al Nord il primo stipendio medio è di 1.290 euro mensili netti rispetto ai 1.088 euro dei colleghi del Mezzogiorno. A cinque anni dal conseguimento del titolo le differenze territoriali tra Nord e Sud del Paese si riducono apprezzabilmente, ma restano sempre a favore del Settentrione. Tra i laureati magistrali il differenziale occupazionale Nord-Sud scende a 15 punti percentuali. Lavorano 89 laureati su cento residenti al Nord, mentre al Sud l’occupazione coinvolge il 74% dei laureati. Tra uno e cinque anni, scende anche il differenziale del tasso di disoccupazione che si attesta su 12 punti percentuali: è pari al 6% al Nord e al 18% al Sud. Migliorano anche le retribuzioni: al Nord si attestano a 1.480 euro mensili netti, mentre al Sud arrivano a 1.242 euro.

 
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Primavera dell'università: "La fuga dei cervelli è costata 23 miliardi"

 

Primavera dell'università: "La fuga dei cervelli è costata 23 miliardi"

Sessantotto atenei "a convegno" in tutta Italia. Abbiamo il numero più basso di laureati in Europa, ma siamo primi per lavori prodotti rispetto ai ricercatori. Il coordinatore di Virgo: "Miur cambia rotta perché i miracoli non si ripetono"

 
Le sessantotto università italiane che provano a risvegliarsi nel lunedì che apre la stagione della primavera – la Primavera dell’università, è la manifestazione organizzata dalla Conferenza dei rettori, la Crui, abbracciata da 68 atenei pubblici e privati da Trento a Catania – lanciano al pubblico, in verità, un urlo preoccupato. Il rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio, apre a Roma (Uno) la giornata distillando i dati elaborati dalla Crui, alla fine dei quali dice: “Il governo ha fatto i primi passi per cambiare la rotta, ma sono timidi passi”.

I dati sono questi. L’Italia ha il numero di laureati più basso in Europa: il 17 per cento. Nel Regno Unito sono il 42 per cento, la media laureati dei paesi industrializzati è del 33, del 32 nell’Unione europea e in Francia. Se in Germania c’è un docente ogni 7,5 studenti, in Italia uno ogni diciannove. L’investimento sull’università è di 628 euro per abitante in Corea del Sud, di 304 euro in Germania e di 109 euro nel nostro Paese. Negli ultimi sette anni i governi tedeschi hanno aumentato del 20 per cento i fondi pubblici sugli atenei e la Francia del 3,6 per cento, mentre dal 2009 al 2016 l’Italia li ha diminuiti del 9,9 per cento togliendo 902 milioni ai 7,46 miliardi del Fondo di finanziamento ordinario.

Nell’“università in declino”, sottotitolo del dossier Crui, ci sono stati 130.000 studenti in meno negli ultimi cinque anni (in verità si affaccia una nuova crescita degli immatricolati proprio nella stagione 2015-2016), diecimila ricercatori in meno (su 60.500) negli ultimi sette anni, 5.000 dottori di ricerca in meno nell’ultimo quinquennio. Molto seria, e pesante, è la comparazione europea sul diritto allo studio: in Italia usufruiscono di borse e residenze tra lo 0 e il 9 per cento degli studenti, in Francia tra il 40 e l’80 per cento. Da noi, e le ultime vicende della revisione dei criteri Isee hanno estremizzato la questione, il numero degli aventi diritto a una borsa di studio è superiore alle risorse disponibili. In Italia non si è erosa solo la partecipazione pubblica alla ricerca, ma resta sotto gli standard virtuosi anche la spesa sostenuta dai privati: il 45 per cento del totale quando negli Stati Uniti è il sessanta e in Giappone il 75 per cento.

In questo scenario di sottofinanziamento, il fisico Fulvio Ricci, coordinatore del progetto Virgo sulle onde gravitazionali che ha coinvolto dodici atenei italiani e l’Istituto nazionale di Fisica nucleare, ha detto che la ricerca portata avanti in Italia è comparabile con quella delle migliori università americane (Caltech e Mit) e asiatiche: “E’ questa un’altra modalità del miracolo italiano”, ha sottolineato Ricci. Perché? “Dobbiamo essere all’altezza di partner internazionali che ai giovani offrono borse e stipendi che variano, a seconda dei paesi, dal doppio al quadruplo di quello che possiamo offrire noi”. Già. “I nostri ragazzi studiano una vita in scuole pubbliche italiane per poi trovare un lavoro negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Olanda, in Brasile. Il capitale umano rappresentato dal laureato emigrante è costato al nostro paese 23 miliardi”. Ha chiuso Ricci: “Chi ci guarda dall’estero si stupisce della nostra capacità di resistenza: la legge Gelmini ha portato a una diminuzione del 100 per cento dei progetti di ricerca. Occorre fare in fretta e portare nuova linfa alle università, i miracoli non durano nel tempo”.

A fronte delle mancate risorse, l’Italia nel mondo “è ottava per pubblicazioni, sesta per citazioni, prima per lavori prodotti rispetto al numero dei ricercatori”. Lo si dice praticamente in contemporanea alla Sapienza di Roma e alla Statale di Pisa. Questa distanza tra investimenti e risultati, ha sottolineato ancora il rettore Gaudio, è colmata da una speciale abnegazione tutta italiana. Paolo Rossi, professore di Fisica a Pisa, consigliere del Cun: “E’ necessaria un’anagrafe delle ricerche italiana, non basata su database stranieri estranei alle nostre logiche”.

Diversi, in tutta Italia, hanno sottolineato la cattiva narrazione su un’università pubblica “corrotta e sprecona” quando poi i dati “dicono il contrario”, molti hanno contestato sia la Valutazione della qualità della ricerca – ferita larga che ancora sanguina -  che la valutazione tout court: “Il cento per cento dei docenti deve continuamente dimostrare che non è inattivo e, così, riempie carte su carte invece che insegnare”. Mario Panizza, rettore di Roma Tre: “Mi rendo conto della contraddizione tra le critiche all’università nella gestione dell’autonomia e la volontà di una pianificazione indipendente e flessibile, è però necessario assicurare la possibilità di adattare la politica di gestione alle esigenze e alle potenzialità dei singoli atenei. Combinare cultura di governo e massimo rigore nel controllo dei bilanci”. I rettori delle università lombarde, insieme: “Liberiamo gli atenei da Burocrassic Park”. Gli studenti dell’Udu: “I rettori, in verità, sono stati co-responsabili dello smantellamento delle università italiane”. 
 
 
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Lavoro, 100mila giovani l'anno lasciano il Sud per cercare fortuna all'estero

Fonte: www.repubblica.it/economia

Lavoro, 100mila giovani l'anno lasciano il Sud per cercare fortuna all'estero

L'allarme dei Consulenti del lavoro: "Nonostante questa emorragia senza fine i disoccupati in quella fascia d'età arrivano a due milioni". La metà, però, si rifugia in Garanzia giovani

04 marzo 2016
 
MILANO - La piaga della disoccupazione travolge il Sud Italia. Peggio, i giovani del Sud: ogni anno sono centomila quelli che decidono di lasciare la Penisola per cercare fortuna altrove. A caccia di un titoli di studio più spendibile, oppure di nuove opportunità. Eppure, nonostante l'emorragia continua, i senza lavoro tra i 15 e i 24 anni sono quasi due milioni. L'unica consolazione è che il 50% di chi resta si rifugia in Garanzia giovani.

L'allarme arriva dai consulenti del lavoro preoccupati per il livello di disoccupazione giovanile in Italia e soprattutto al Sud. Il vicepresidente nazionale, Vincenzo Silvestri, spiega che nel 2015 "nella fascia d'età fra i 15 e i 24 anni si sono persi 7mila posti di lavoro rispetto al 2014, e in quella compresa fra 35 e 49 anni il calo è stato di 69 mila unità. A gennaio il tasso di disoccupazione giovanile è risalito al 39,3%. L'aumento dell'occupazione nel 2015 registrato dall'Inps, dall'Istat e dal governo riguarda prevalentemente gli over 50, per via dell'innalzamento dell'età pensionabile e delle trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti precari: nel 2015 dei 764.129 rapporti di lavoro a tempo indeterminato in più rispetto al 2014, 578.081 sono trasformazioni; in Sicilia su 33.204 posti stabili in più, 18.123 sono trasformazioni e solo circa 7 mila sono le assunzioni di giovani".

La platea di giovani disoccupati è aumentata a quasi 2 milioni, nonostante "ogni anno - sottolinea Silvestri - 100 mila giovani lascino il Sud e vadano all'estero o per conseguire un titolo universitario più facilmente spendibile oppure per lavorare. Le mete più gettonate sono Inghilterra, Germania, Spagna, Romania, Balcani, Paesi Arabi e Cina".

Del bacino di giovani che restano in Italia, 1, 723 milioni sono i giovani "Neet" (di età fra 15 e 29 anni che non studiano e non cercano lavoro) censiti dal monitoraggio del ministero del Lavoro del 26 febbraio scorso sull'attuazione del programma Garanzia giovani. Di questi il 55%
 
(979 mila unità) si sono registrati sulla piattaforma Garanzia giovani. Su 862.747 adesioni definite, 424.170 riguardano il Sud, con il boom di adesioni in Sicilia (147.710). Del totale dei presi in carico (624.553), 312.148 riguardano il Sud (117.240 in Sicilia).

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