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Marco Tavassi

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“UNA VITA IN ROVESCIATA”: CARLOS FRANÇA E TONY VECE IN ORATORIO

“Una vita in rovesciata”. Non c’è definizione più bella e più opportuna per definire la straordinaria esistenza di Carlos França, campione vero dentro e fuori dal rettangolo di gioco. Chi guarda o vive in prima persona il calcio sa che per effettuare una rovesciata occorre coraggio, amore, passione. Serve crederci, serve avere fiducia in se stessi, fidarsi e affidarsi perché, quando ti alzi da terra per tentare il gesto tecnico più complesso e incerto, non sai mai come ricadrai al suolo. Forza e coraggio, insomma, come recita una famosa canzone della Amoroso. Ingredienti a cui il campione brasiliano ha aggiunto Fede e Amore. E non solo per fare la rovesciata, quella rovesciata, la più famosa di tutte, la più bella di tutte, la più conosciuta di tutte. No, non solo. Sì perché Carlos, uomo dall'umiltà incredibile, gli stessi ingredienti li mette “in campo” ogni giorno, ogni attimo, in qualsiasi ambito. Dal suo arrivo a Potenza tutti, ormai, lo conoscono non solo come il calciatore formidabile che risolve le partire librandosi nell'aria ma anche come un uomo dai grandi valori, dai sani principi, dalla Fede vera e viva. Insomma, un campione a 360 gradi, un esempio bello, puro, genuino. Carlos França, il campione che non avrebbe mai più potuto giocare a calcio e che oggi, invece, resta sospeso in aria per colpire di testa e fa esplodere il Viviani, l’uomo che non si ferma mai, l’uomo sempre pronto a tendere la mano all'altro, a mettersi in gioco, a manifestare la sua Fede in Cristo con amorevole tenerezza.

Carlos França non è solo un grandissimo calciatore. Non è solo un campione dalle doti immense ed inesauribili. Carlos França è anche e soprattutto un esempio per tutti, dentro e fuori dal campo. E noi abbiamo bisogno di esempi, di cose belle, di racconti che fanno riflettere ed emozionare. In un mondo, calcistico e non, sempre più pregno di esempi in negativo, la nostra società non può che sentirsi estremamente privilegiata quando può arricchirsi di uomini veri e con il cuore ricco d’amore.

Carlos França, capitano del Potenza Calcio e Atleta di Cristo e Tony Vece, straordinario fotografo potentino che ha immortalato la famosa rovesciata saranno ospiti dell’Oratorio Rossellino oggi, sabato 16 Marzo, alle ore 17:00, per raccontare la storia di un uomo speciale, per rivivere i momenti più emozionanti della sua vita e anche quelli bui, per dire della luce della Fede che non conosce crisi. Carlos e Tony saranno ospiti dell’intera comunità, in un incontro aperto a tutti, con il loro libro “Carlos França bomber di Dio”, nato proprio da quella rovesciata e raccolta incredibile delle immagini e delle emozioni che hanno accompagnato tutta la città verso una risalita non solo calcistica. Il ricavato del libro, per chi vorrà acquistarlo, sarà destinato in beneficenza, a testimonianza ulteriore del grande amore che risiede nel cuore di Carlos e in quello di Tony.

L’appuntamento è per le ore 17:00, presso il salone parrocchiale Carmine Paternoster, e gli organizzatori rivolgono ed estendono a tutti l’invito a partecipare. Carlos e Tony, esempi belli e incredibili di una bellezza d’animo pura e meritevole di essere raccontata e conosciuta.

Marco Tavassi

"LA FORZA DELLE DONNE":LA LODEVOLE INIZIATIVA DEL GRUPPO COORDINAMENTO DONNE

Si è svolta ieri, venerdì 8 Marzo, nel caratteristico Chiostro del Comune di Avigliano, la manifestazione "La forza delle donne", organizzata e curata dal Gruppo Coordinamento Donne, associazione che da anni opera sul territorio e si impegna in favore dell'uguaglianza sociale e del rispetto verso le donne, attraverso varie iniziative. Nel giorno internazionalmente dedicato alla donna, le brillanti volontarie hanno portato in scena, in un susseguirsi di emozioni e di riflessioni, proprio la forza delle donne. 

Donne che non si arrendono, che hanno enormemente faticato, nel corso degli anni, per giungere a traguardi apparentemente normali e scontati. Donne che hanno sofferto e che soffrono ancora, donne che non hanno lottato per veder riconosciuti diritti sacrosanti e che lottano ancora. Donne che hanno pagato la violenza terribile di uomini ignobili e senza cuore. 

La manifestazione, che ha visto la presenza di tanti spettatori, ha rappresentato anche il punto di arrivo di un'altra bella iniziativa promossa, a Novembre, dal Gruppo: la canzone lunga chilometri. L'idea fu quella di lanciare, appunto, una canzone dedicata alla donna e al rispetto che ad essa si deve. Chiunque fosse venuto a conoscenza dell'iniziativa, anche attraverso i social, avrebbe potuto continuare la canzone, con una poesia, un componimento o una canzone a sua scelta. E così è stato, con tanti partecipanti a quella iniziativa che ieri hanno letto i loro versi. 

Una serata piacevole, insomma, con tanti momenti emozionanti, con il racconto dei passi che, insieme, le donne hanno compiuto nel corso degli anni e con interessanti spunti di riflessione su quelli ancora da compiere. Perché, in fondo, oltre l'8 Marzo ci sono giorni, settimane e mesi che hanno bisogno di minuziosa cura per non essere sprecati, per andare avanti, per continuare a progredire ancora lungo il cammino della civiltà e del rispetto. Occorre sempre tenere accesa la luce e alta l'attenzione sul tema e il Gruppo Coordinamento Donne lo fa, ogni giorno e con grande passione.

SICUREZZA, QUESTA SCONOSCIUTA

A cercarne il significato su un dizionario qualsiasi, la sicurezza risulta essere come quella condizione di chi è esente da pericoli o protetto contro possibili pericoli. Una condizione, quindi, che per essere attuata necessita, inevitabilmente, di una serie di azioni e di misure volte, appunto, a proteggere da ogni possibile pericolo. Il termine sicurezza, d'altronde, deriva dal latino e indica, in senso stretto, l’assenza di preoccupazioni. Essere sicuri, quindi, vuol dire vivere in uno stato di protezione dai rischi e senza preoccupazioni.


Viene naturale dedurre che la sicurezza, da molto tempo, è utopia allo stato puro, per ragioni varie e molto complesse che non sta ai cittadini indagare e conoscere ma che, inevitabilmente, hanno finito per condizionare la vita quotidiana di ciascuno. È vero, i malviventi ci sono sempre stati, le azioni scellerate e criminali anche e da sempre la sicurezza è stata più un obiettivo da raggiungere che una realtà concreta.


Negli ultimi tempi, però, la situazione sembra essere addirittura peggiorata e la cosa, avvertita sulla pelle dai cittadini di ogni città, preoccupa non poco e alimenta la sfiducia nei confronti di chi la sicurezza dovrebbe fare in modo di garantirla. Attuali sono le immagini che spesso il programma “Striscia la Notizia” trasmette e che ci mostrano l’inviato Brumotti impegnato, coraggiosamente, nel mettere in luce vere e proprie piazze dello spaccio. Strade, quartieri, piazze di città grandi e piccole in cui si spaccia liberamente la droga, alla luce del Sole, come se nulla fosse. Possibile che nessuno faccia niente? Questa la domanda che in molti, attoniti davanti alle immagini del tg satirico, si pongono. Ma la risposta, purtroppo, sta nella realtà di una giustizia ingiusta, che non condanna nella maniera adeguata chi sbaglia, che rimette in libertà i “cattivi”, che non adotta le misure corrette per garantire quella sicurezza più che mai chimera inarrivabile. In altre parole, se il poliziotto cattura lo spacciatore o il ladro, e dopo poco tempo lo stesso è fuori e libero di tornare a fare ciò che ha sempre fatto, cosa si risolve e come si costruisce e garantisce la sicurezza?


Droga, quindi, ma non solo, poiché quello che dovrebbe essere un diritto inattaccabile è invece minato continuamente da tanti altri problemi. I furti, ad esempio, rappresentano ormai una piaga quasi inguaribile del nostro tempo. Furti non più e non solo limitati al solo “può capitare”, come una volta potevano essere intesi, ma perpetrati con dedizione, con costanza e con tranquillità. Sì, è proprio questa l’impressione degli italiani onesti ed è proprio questo che li spaventa e preoccupa ancora più. Chi ruba, spaccia, delinque e commette atti vili e fuori legge lo fa, ormai, con tranquillità, con serenità, con sicurezza. In fondo l’unica vera sicurezza, intesa come assenza di preoccupazioni, ce l’ha chi sbaglia, chi sta nel torto, chi è “cattivo”.

E questo, nel nostro tempo e in una società evoluta come la nostra, non può e non deve andare bene. Ognuno torni a fare la sua parte, a mettere in campo le azioni necessarie per rendere questo Paese davvero sicuro. Senza discussioni, spesso puerili e ingiustificate, sul colore della pelle o sulla provenienza, poiché poco o nulla centrano con il tema principale e veramente importante per tutti. Conta solo attuare misure volte a prevenire il pericolo, ad evitarlo a almeno a ridurlo. Conta far tornare a vivere i cittadini senza preoccupazioni e senza la paura di stare anche semplicemente in casa propria. E occorre farlo in fretta. Perché del temine “sicurezza” i cittadini, dalle grandi città alle piccole contrade, ne hanno ormai dimenticato il significato.


Marco Tavassi

"CON RABBIA E CON AMORE", IL NUOVO LIBRO DI DINO DE ANGELIS

Si terrà martedì 26 Febbraio, alle ore 18:30, presso il Teatro Stabile di Potenza, la presentazione dell'ultimo libro di Dino De Angelis, autore potentino da sempre impegnato nella ricerca e nella divulgazione dell'arte. De Angelis è uno, per usare un aggettivo diventato virale a Potenza negli ultimi anni, "tosto". Uno che si definisce, prima di tutto, curioso. E la curiosità, si sa, è sinonimo di grande intelligenza e di voglia di ricercare continuamente stimoli ed emozioni, di conoscere, di divulgare. L'autore, però, si definisce anche come un pigro, inteso come uno che non fa nulla senza la certezza di ricavarne in cambio qualcosa. Sì, è vero, detta così potrebbe sembrare un'accezione negativa, ma non lo è. Perché De Angelis in cambio si aspetta solo il divertimento, e qui sta una delle qualità dell'uomo, prima ancora che dell'autore. La voglia di divertirsi facendo ciò che sente nel cuore. Un uomo che ha scritto, ha lavorato in vari ambiti, si è impegnato in vari settori e ha sempre dimostrato grande attaccamento alla città, mettendo in campo tutte le sue forze per viverla e farla vivere appieno, sempre con il desiderio di ricavarne in cambio il divertimento.

Proprio vivendo la città, l'autore deve aver avuto l'ispirazione per il suo ultimo libro: "Con rabbia e con amore". Un titolo che accosta, quasi con un ossimoro, due termini che hanno apparentemente significati opposti, che appartengono a sfere diverse. Eppure, spesso amore e rabbia finiscono per avvicinarsi, per mescolarsi, per vedere sbiaditi i loro labili confini. Accade nella vita, accade con le persone a noi vicine, magari a seguito di una delusione, di un tradimento, di una bugia. Ed accade, e qui sta l'intuizione dell'autore, anche nel rapporto con un luogo, con il proprio luogo, con la propria città. 

Luogo che, amato da chi ci è nato e lo vive, viene anche vissuto con rabbia per via delle sue mille contraddizioni, dei suoi tanti problemi irrisolti, delle cose che potrebbero andare bene e invece sono abbandonate. Un luogo, una città che, nell'ultima fatica di De Angelis, prende quasi forma e vita, assumendo le sembianze di una persona, a tratti insensibile ai tormenti dell'uomo che la vive e la guarda. 

Ma, in fondo, un luogo animato dal sentimento non è mai soltanto un luogo e, certamente, leggendo le pagine del libro riusciremo a sentire nostro ogni luogo, ogni scorcio, ogni pezzo di questa città. Lo faremo con la passione di chi vive la propria città, lo faremo riflettendo, lo faremo "Con rabbia e con amore".

 

Marco Tavassi

 

PONTE MUSMECI: L’ARTE VA CUSTODITA

Avete mai provato a scrivere su un qualsiasi motore di ricerca “Ponte Musmeci”? I risultati saranno immediati e rimanderanno tutti alla descrizione di quella che è una vera e propria opera d’arte della città di Potenza. Il ponte, conosciuto anche con il nome di “Ponte sul Basento”, rappresenta infatti non soltanto una struttura indispensabile per la mobilità cittadina e per il collegamento con la Basentana ma anche, e soprattutto, un’opera dall'immane valore artistico, unica del ‘900 ad essere stata riconosciuta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali come “monumento di interesse culturale”. In essa, infatti, viene espressa appieno la concezione del grande artista italiano di donare ad un’opera strettamente strutturale anche una valenza architettonica, volta a riqualificare l’ambiente.

Un ponte che, quindi, racchiude in sé l’utilità materiale di far transitare le auto e la grande valenza architettonica e culturale. Un ponte che, con le sue forme incredibili, riesce a catturare l’attenzione e, appunto, a qualificare in maniera straordinaria l’ambiente sottostante. Non un ponte che passa sopra qualcosa ma un’opera che valorizza con armonia ed arte la naturalezza del luogo in cui è posto.

Un ponte unico e, come è facile immaginare, l’unicità suscita sempre grande interesse. È per questo che il Ponte Musmeci è serio candidato a diventare “Patrimonio dell’Umanità dell'Unesco” ed è per questo che, ancor più, esso potrebbe rappresentare un grande attrattore per la città e per la Regione. Condizionale d’obbligo, purtroppo, perché come spesso accade nel nostro Paese, l’arte non viene abbastanza valorizzata, protetta e tutelata, rischiando di essere abbandonata a se stessa.

È di questi giorni la segnalazione di alcuni cittadini che, fermandosi a guardare il ponte, si sono detti preoccupati ed allarmati dalle sue condizioni. Stato che, sia nella parte superiore sia in quella inferiore, indica una carenza di manutenzione che non lascia ben sperare e che non fa bene ad una struttura dall'altissimo valore storico, culturale e architettonico. Dei fondi sono stati stanziati, tempo fa, per garantire i necessari interventi ma, a giudicare dalle immagini e dalle condizioni del Ponte, non sembra che le cose siano andate come dovevano.

Senza creare allarmismi e senza fare paragoni con altre situazioni, l’augurio non può che essere quello di un’attenzione maggiore nei confronti di quella che, prima di essere una struttura utile al transito e al collegamento, è un’opera d’arte dall'immane valore culturale.

E noi che, così ricchi di cultura e di storia, tendiamo spesso a sottovalutarne l’importanza e la bellezza, non possiamo che sentire tutto il dovere di amare, custodire, proteggere e valorizzare il nostro Ponte.

Marco Tavassi

UNA POTENZA D’AMORE

San Valentino è la festa dell’amore, la ricorrenza che ci richiama ad essere sempre pronti ad accogliere e a donare questo meraviglioso sentimento. Quando si dice amore, si sa, quasi automaticamente si pensa all'amore tra due persone, al legame affettivo tra il marito e la moglie, a quello tra due fidanzati. Ma, in fondo, l’amore è assai vasto e abbraccia, nella sua importanza, tanti ambiti e tante realtà.

È il caso, certamente, dell’amore per la propria terra, per le proprie origini, per la propria città. Diciamocelo chiaramente, amare la propria città non è mai semplice. Forse perché, nella propria città, si è portati a vedere solo e sempre le cose che non vanno, forse perché lo spirito di osservazione critica supera quello di godimento delle bellezze che ci sono e delle cose che funzionano bene. Eppure niente può minare il legame con la propria città, con la propria storia, con il proprio passato. Sarà che quelle strade parlano di noi, di quello che siamo stati, delle nostre giornate trascorse, dei nostri ricordi indelebili. Sarà che, anche quando la critichiamo, lo facciamo per il suo bene, per il suo miglioramento, per rendere migliore il suo e il nostro domani.

E così che, nei giorni che ci portano a San Valentino, nella nostra Potenza alcuni commercianti del centro hanno sentito nel cuore l’esigenza di manifestare e di condividere con la popolazione il loro amore per la città, per la sua storia, per il suo essere culla di ogni abitante. Lo hanno fatto rendendo le vie del centro colme d’amore, adornandole con cuori e frasi che richiamano alla mente la bellezza di un sentimento importante e troppo spesso messo da parte, taciuto, nascosto quasi con vergogna. No, non bisogna avere alcuna vergogna nel manifestare l’amore, nel gridarlo, nel renderlo pubblico, proprio come hanno fatto i commercianti del centro. Un luogo non semplice, soprattutto per loro, costretti ogni giorno a fare i conti con la crisi, con il calo delle vendite, con dinamiche non sempre volte a favorire i piccoli commercianti. È per questo che il loro “ti amo” rivolto a Potenza vale ancora di più, ha ancora più valore e vuole intendere non soltanto l’immenso affetto che li lega alla propria città ma anche, e forse soprattutto, il desiderio di prendersene cura, senza abbandonarla, senza lasciarla a se stessa, senza arrendersi mai. Un impegno che merita di essere ammirato, accolto e coltivato. Un impegno il cui frutto si può visivamente gustare in questi giorni per le vie del centro città. Con gli occhi ma, in verità. anche con l'olfatto, poiché si riesce davvero a cogliere il vero profumo dell'amore.

L’amore, il sentimento più bello da ricevere, quello più importante da donare. Proprio come hanno fatto loro, innamorati di una città che ha dato a loro e a tutti noi tanto e pronti a donarsi per essa.  Nei giorni universalmente dedicati all'amore, e in ogni altro, possa ogni abitante di Potenza e non solo) fare suo il richiamo dei commercianti del centro all'amore bello, gratuito e appassionato per la propria città.

 

Marco Tavassi

SOCIAL: LA MASCHERA C’È (E SI VEDE)

Fino a qualche tempo fa, diciamolo, i social network erano a quasi totale appannaggio dei più giovani che, quasi di nascosto dai genitori, scoprivano per primi un mondo nuovo e inesplorato, ricco di opportunità e di insidie, come ogni naturale o artificiale ambito. Erano gli anni in cui, quando un genitore vedeva il figlio con lo sguardo chino sul cellulare (allora si chiamavano ancora così, prima di passare al più cool smartphone), non esitava a intimargli di smetterla e di posare immediatamente quell’aggeggio. Erano gli anni in cui, mentre i più giovani cominciavano ad accarezzare con le dita lo schermo di un telefono, i grandi si dicevano affezionatissimi al vecchio stile, legati e fedeli al loro cellulare vecchio stampo con la tastiera o, ancora meglio, con lo sportellino.

Storia di qualche anno. Dei primi anni. Poi, forse per curiosità o forse per esigenza, anche gli adulti hanno cominciato a sperimentare la modernità. Ecco, quindi, lo smartphone touch screen e, passo dopo passo, anche l’installazione e l’iscrizione ai più famosi social network. Fonte di possibilità e di pericoli, si diceva. Eh sì perché, se da un lato la nuova era tecnologica permetteva un rapporto più diretto con i propri figli o con i propri parenti, dall’altro il mondo social entrava di prepotenza nella vita di chi, per svariati decenni, aveva vissuto senza nemmeno poterlo immaginare. E allora?

A guardarlo oggi, il mondo dei social appare come uno specchio a tratti realistico e a tratti distorto della realtà. Vi sono quelli che, giovani o meno giovani, lo vivono in maniera sana e trasparente, e questo può rappresentare una grande opportunità di crescita, di conoscenza, di confronto, di scambio di idee e pareri. Sono i casi in cui, magari, gli adulti che un tempo vedevano il telefonino ed internet come il male assoluto, si sono ravveduti, riuscendone a cogliere le buone possibilità. Vi sono poi quelli che, nel mondo social, si sono costruiti un’altra immagine di sé. Uno specchio distorto della realtà, fatto di considerazioni, immagini, frasi ed aforismi che in poco o nulla corrispondono con la realtà dei fatti. Una maschera, come di certo la intenderebbe il buon Pirandello, da indossare nel momento in cui si accede al social preferito, per catturare “mi piace”, per essere alla moda, per apparire “uno buono”, per sembrare quello che sa tutto di tutto e può parlare di tutto con tutti. Forse con consapevolezza che nella vita reale si è fatto poco per essere davvero “uno buono” o forse per la scelta della via facile che i social offrono per “sentirsi qualcuno”. Sono i casi in cui l’utilizzatore, con cognizione o inconsciamente, si costruisce un’altra immagine di sé. E magari quei figli ai quali ieri imponeva di mettere a posto il telefono sono gli stessi che, oggi, vorrebbero pregarlo di spegnere quel telefono e lasciar perdere il mondo virtuale.

Perché, in fondo, dal palcoscenico dei sociale occorre pur scendere, prima o poi, e quando il vento della realtà soffia la maschera, inevitabilmente, viene giù.

Marco Tavassi

GIORNO DELLA MEMORIA: INIZIATIVE PER NON DIMENTICARE

Con una legge del 20 luglio 2000 la Repubblica Italiana ha istituito il Giorno della Memoria e ha individuato come data simbolica per la sua celebrazione quella del 27 Gennaio, a ricordo del giorno in cui, nel 1945, i soldati dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista.  Ricordare la Shoah, ossia lo sterminio del popolo ebraico, ma anche le leggi razziali, la persecuzione italiana nei confronti dei cittadini ebrei, le vittime innocenti e le immani brutalità è stata ritenuta, quindi, una necessità. Prendersi sulle spalle, con una legge volta a tenere vivo il ricordo ogni giorno, tutto il terribile peso di quello che è stato e la responsabilità, grande e importante, di fare in modo che cose simili non accadano mai più. Un rischio che, al contrario di quanto possa apparire ai più ottimisti, è assai concreto, poiché, riprendendo le parole di Primo Levi nei “Sommersi e i salvati”: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. Un giorno dedicato alla Memoria, per raccontare quello che è stato, per ripercorrere le pagine nere di una fase storica terribile. È accaduto, è avvenuto, e il più atroce orrore della storia, svelato al Mondo quel 27 Gennaio di 74 anni con l’apertura delle porte del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, non può e non deve essere dimenticato.

I giovani rappresentano la “spugna della verità”. Essi hanno il compito di “assorbire” dai grandi, dai racconti, dalle testimonianze e dalle immagini quello che è stato, per continuare a tenere viva la memoria e per spegnere sul nascere ogni possibile e sempre presente focolaio di odio. Gli adulti, gli insegnanti, gli educatori, i genitori e i rappresentanti di ogni realtà hanno il dovere di non cedere alla tentazione che il tempo trascorso abbia annullato ogni possibile rischio. Il pericolo più grande, infatti, è rappresentato proprio dall'oblio di ciò che è stato. A Potenza diverse saranno le iniziative per celebrare il giorno della Memoria e per sensibilizzare ad una cultura che ripudi ogni forma di violenza, di odio e di discriminazione.

Presso l’I.I.S. Einstein-De Lorenzo di Potenza è in corso la mostra fotografica “Vittime e carnefici: immagini per non dimenticare”. La mostra, a cura del professor Vincenzo Bochicchio, ripercorre le fasi storiche delle atrocità perpetuate negli anni del nazismo. Con immagini che sono emblematiche di quello che è stato, che sembrano parlare e che immergono chi le osserva in una pagina storica atroce ma che è importante conoscere. Scatti accompagnati, poi, dalla voce del professor Bochicchio, in grado di “accompagnare” con parole semplici e dirette il visitatore in quello che è stato, inducendo in esso naturali riflessioni. La mostra è presente presso la sede di via R. Danzi (Malvaccaro) ed è visitabile ogni giorno, fino al 2 Febbraio, dalle ore 09:00 alle ore 12:00. Sabato 26 Gennaio la mostra sarà visitabile anche di pomeriggio, dalle 15:30 alle 19:30, e domenica 27 di mattina dalle 10:00 alle 13:00.

Il Comune di Potenza, invece, in collaborazione con l’Associazione “Letti di Sera”, ha organizzato due eventi per celebrare il Giorno della Memoria. Sabato 26, alle ore 09:30, presso il cineteatro “Due Torri”, sarà proiettato per tutti gli studenti delle scuole superiori del capoluogo il film “Perlasca, un eroe italiano”. Il film sarà dedicato alla conoscenza e al ricordo di Perlasca, uomo che non esitò a mettere a rischio la sua vita per salvare quella di migliaia di ebrei. E domenica 27 Gennaio, alle ore 17:30, presso il Teatro Stabile del capoluogo si terrà un Convegno sulla Shoah e sulla figura di Perlasca. All'importante convegno interverranno Franco Perlasca, presidente della Fondazione Perlasca, il professor Donato Verrastro, docente di Storia Contemporanea presso l’Università Degli Studi della Basilicata, che porterà all'attenzione dei presenti il tema “La società italiana e la persecuzione degli ebrei. Storia, cultura e memoria”, ed Elena Vigilante, dottore di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea, con un'interessante riflessione su “L’Europa tra pulsioni razziste e leggi discriminatorie”.

Iniziative per conoscere e ricordare. Per rispetto di chi ha patito atrocità assurde, per gratitudine verso chi ha dato la sua vita per salvarne un’altra, per fare in modo che non accada mai più.

Marco Tavassi

EMPORIO DELLA SOLIDARIETA’: SI ENTRA NEL VIVO

L’attività dell’Emporio della Solidarietà, inaugurato lo scorso Ottobre presso il Centro Polifunzionale Caritas di Tito e intitolato a don Luigi Di Liegro, è entrata ufficialmente nel vivo e ha accolto le famiglie che fanno parte del progetto. Un vero e proprio “supermercato”, con scaffali e reparti dove “acquistare” i prodotti necessari. Ogni famiglia o persona seguita da Caritas ha una tessera con dei punti caricati che si rinnovano ogni mese. Ogni prodotto presente nell'Emporio ha un “prezzo” in punti, equivalente più o meno a quello che si trova nei supermercati in euro. Le famiglie seguite, quindi, possono recarsi a fare la spesa, come in un normalissimo supermercato, tenendo d’occhio, come è buona abitudine fare, sia i “prezzi” dei prodotti sia le loro caratteristiche, così da scegliere quelli più necessari al proprio fabbisogno. Questa la vera grande rivoluzione Caritas nella nostra Regione: un’assistenza che non può più essere e non è più contemplata al solo “pacco” da riempire con i beni più disparati e da dare alla famiglia in difficoltà. È necessaria, infatti, un’assistenza che parta dall'ascolto, passi attraverso l’educazione alimentare e alla spesa e giunga fino alle azioni concrete da mettere in campo per aiutare quella persona o quella famiglia a venir fuori dalla situazione in cui si trova. Ecco, quindi, i corsi di educazione alimentare promossi da Caritas e legati al progetto dell’Emporio, per aiutare a comprendere cosa è necessario e cosa è superfluo, per aiutare a capire come mangiare meglio e non sprecare, evitando anche malattie e patologie legate, troppo spesso, ad un regime alimentare “arrangiato”. E, poi, i corsi di formazione per pizzaioli e cuochi, resi possibili grazie alla collaborazione di importanti associazioni del settore e volti a formare le persone che versano in difficili condizioni ad una mansione specifica, aprendo nuovi orizzonti e possibilità.

Insomma, un progetto ampio e che coinvolge numerose realtà locali e non solo, finalizzato alla messa in campo di tutte le possibili azioni per assistere chi si trova in difficoltà e per aiutarlo a venirne fuori. Un progetto che, parafrasando la poesia “Orme sulla sabbia”, mira a prendere in braccio, come Gesù fa con ognuno di noi nei momenti complessi, chi è nella difficoltà, nella solitudine, nella povertà, camminando con lui fino a portarlo fuori dal “tunnel”.

L’Emporio della Solidarietà, con tutti i progetti ad esso legati, è entrato nel vivo. Il “supermercato” è aperto ogni venerdì, presso il Centro Caritas di Tito, ed offre la propria attività alle famiglie seguite e che fanno parte del progetto. Numero di famiglie che, man mano, è destinato ad aumentare, all'unisono con la diffusione del progetto e, quindi, alle possibilità dello stesso. È necessario, quindi, che chiunque possa offrire il proprio supporto attivo al progetto lo faccia, per il bene dei fratelli in difficoltà. Attività commerciali, piccoli negozi, privati cittadini, associazioni e volontari possono aiutare il progetto mettendo in campo azioni volte alla raccolta di alimenti da destinare all'Emporio e collaborando concretamente alla gestione e all'organizzazione dello stesso.

Essere famiglia è necessario sempre, soprattutto quando è il momento di aiutare qualcuno a venir fuori dalla difficoltà. Grazie al cuore grande del nostro territorio, i passi che l’Emporio sta muovendo saranno solo i primi di tanti e di sempre più importanti.

Marco Tavassi

GIOVANI: L'ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Del polverone sollevato, negli scorsi giorni, dai commenti offensivi e volgari espressi da alcuni giovani e giovanissimi sulla pagina Facebook del Comune di Potenza, a seguito della pubblicazione del post che annunciava la decisione di tenere aperte le scuole per la giornata di venerdì, uno su tutti ha colpito l'attenzione e, certamente, aperto grandi interrogativi negli adulti e negli educatori. Tra le varie imprecazioni, parolacce, bestemmie e chi più ne ha più ne metta, infatti, "spiccava" un commento che, etichettando dapprima i responsabili della decisione come dei testicoli (usando altro termine, naturalmente) aggiungeva poi che essi erano dei down! Poche parole gettate lì sulla tastiera, probabilmente di uno smartphone o di un tablet, per mettere in risalto la propria contrarietà alla decisione dell'amministrazione ma... in che modo? Etichettando i promotori di tale decisione come down? Poche parole gettate lì sulla tastiera, ma che mettono in risalto un grande vuoto generazionale e di conoscenza. Parlare senza conoscere, offendere senza esserne consapevoli. Un vuoto grande, grave, che lascia stupefatti e, sempre più spesso, amareggiati. Come si saranno sentiti i genitori dei ragazzi con sindrome di Down nel leggere quel commento? E nel constatare che, quel commento, aveva ricevuto ben sei "reazioni" positive (un cuoricino, due sorrisi e tre mi piace)? E quale pensiero li avrà attraversati quando qualche adulto ha provato a far riflettere i giovani in questione sulla gravità di quelle affermazioni, ricevendo come reazione lo stesso banale e ironico sorriso? Il pensiero comune a tanti adulti, a seguito di questi fatti, diventa inevitabilmente che le nuove generazioni sono così, che i giovani sono così e non si può fare nulla per cambiare il corso delle cose. 

Ma... non è proprio così. Esiste, infatti, una larga fetta di giovani che la pensa in maniera diversa, che agisce in modo diverso, che pensa, ragiona, si confronta, si mette in gioco. Giovani che magari non appaiono spesso sui social come i loro colleghi più vivaci ma che, quando si tratta di discutere, lo fanno con i canoni dell'educazione. Giovani che possono non essere d'accordo con le decisioni di qualcuno (viva Dio, quanto è bella la libertà), ma che sanno esprimere il loro dissenso con motivazioni valide, con ironia, con rispetto. E' il caso di tanti giovani che, proprio sotto al post in questione, hanno commentato, motivando con educazione e fermezza il loro dissenso. E sono tanti, tantissimi. Solo che, come sempre accade, fa più rumore un acino di negativo che un quintale di positivo. 

E, spesso, è proprio il parlare con i nostri giovani che può aiutarci a capire e a migliorarci, anche e sopratutto come adulti, come genitori, come insegnanti, come educatori. Parlare con loro, confrontarci, metterli al centro del mondo e fornire loro ogni strumento utile per esserne protagonisti. Quando un giovane sbaglia i comportamenti o i toni ci viene automatico scandalizzarci, ma non basta, non può bastare, e non serve. I nostri giovani hanno bisogno di esempi, di stare insieme, di andare oltre lo schermo di un cellulare, finto scudo di protezione dal mondo esterno. Hanno bisogno di toccare con mano la realtà e di viverla. E quei giovani che rappresentano "L'altra faccia della medaglia" devono, coadiuvati dai grandi, diventare esempio per tutti gli altri. Devono essere i buoni a fungere da traino per gli altri. 

Non possiamo pensare di fermarci alla delusione che ci prende quando leggiamo certi commenti, non possiamo cedere alla tentazione di credere che non ci sia più nulla da fare. L'età adolescenziale è, come noto, tra le più complesse, e l'epoca social in cui viviamo ne amplifica le problematiche. Un danno? Forse, ma ogni danno nasconde una possibilità. E noi "grandi" non possiamo che provare a coglierla, concentrandoci su quanto possiamo fare per i nostri giovani e partendo da quelli che, e sono tanti, possono fungere da traino. Loro, altra faccia della medaglia, non possono che rappresentare l'ottimistica speranza per un futuro sempre più roseo.

Marco Tavassi

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