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Maria De Carlo

Maria De Carlo

LA DIRETTORA

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Tempo di vacanza: tempo di relax per il corpo e per l'anima

L’estate è attesa da ciascuno come tempo di quiete, di riposo (almeno di piccoli spazi rinfrescanti), ed è tempo anche di fare esperienze dedicate alla propria cura –del corpo e dell’anima.  E’ tempo di vacanza, che dal latino significa appunto “mancanza” e essere libero senza occupazioni.  Ed è proprio quando si è in sosta che si riesce anche a riflettere con maggiore attenzione e profondità sulla propria esistenza. La lettura accompagna questo periodo. Ho sottomano un saggio dedicato a Martin Buber (Appunti per la ricerca di una direzione –ed Grafie).

Partiamo dalle domande: “Dove mi trovo?”,  Cosa ho fatto? Quali le mie aspirazioni? Cosa penso di me? Come vengono vissute le mie relazioni con gli altri? So prestare l’orecchio a ciò che mi risuona nel profondo? Interrogarsi, mettere in discussione le proprie certezze è solo l’inizio di quel processo che va sotto il nome di “ricerca”. C’è una sana inquietudine che accompagna la nostra ricerca. E questo è un bene. Ma altrettanto salutare è trovare di volta in volta, di ricerca in ricerca un senso a ciò che facciamo, un senso che si rinnova, così come la nostra esistenza è in continuo cambiamento ed evoluzione. Il senso poi trova maggiore significazione se abbiamo chiara in noi la “Direzione”. Sapere dove andare equivale a dare senso a ogni nostro gesto, a ogni nostro incontro, a ogni nostra scelta. Quando ciò viene a mancare ecco allora prendere piede in noi quel senso di malessere o male che trova nella sua piena realizzazione il buio e la notte, la perdita di direzione –il non vedere. E’ male tutto ciò che non ci fa stare bene. Non sapere (o non vedere) dove andare e brancolare nella notte procura malessere: male-essere, che ben si traduce con “stare nel male” o “stare male”, ma anche “essere-male” ovvero ciò che è “male per me”.

       Siamo chiamati a fare delle scelte, la vita ci pone di fronte, a partire dalla quotidianità, situazioni che ci interpellano e richiedono una scelta. L’esperienza del filosofo danese, Kierkegaard può essere un incentivo a guardare dentro di noi. Egli scrive: “Ciò che in fondo mi manca, è di veder chiaro in me stesso, di sapere “ciò che io devo fare” (…) e non ciò che devo conoscere, se non nella misura in cui la conoscenza ha da precedere sempre l'azione. Si tratta di comprendere il mio destino, di vedere ciò che in fondo Dio vuole che io faccia, di trovare una verità che sia una verità per me, di trovare l'idea per la quale io voglio vivere e morire”. Dunque anche per noi: “ciò che conta è di trovare una verità che sia verità per me, di trovare l'idea per cui io voglia vivere e morire”. La verità è tale se tiene conto dell'esistenza concreta del soggetto, ciò che spinge a compiere determinate azioni o decisioni.

Ma cos’è il male che ci accompagna fin dalla nascita e di cui non riusciamo a liberarci? Perché esso è il compagno fastidioso che ci rende infelici anche se allo stesso tempo può trasformarsi in opportunità di riscatto? Il male può diventare una risorsa quando trovandoci in un baratro tanto profondo da sfiorare il limite della non-possibilità, del non-ritorno, esso diventa, nella notte oscura (perdita del proprio senso esistenziale), l’occasione (che siamo liberi di cogliere o meno) dello sprigionarsi di quella forza vitale che spinge l’uomo alla piena consapevolezza di sé per la conquista della felicità autentica.

            Da dove cominciare? Buber ci indica una via: “La battaglia deve cominciare dalla nostra anima; tutto il resto si svilupperà da lì”. Prendersi cura dunque della propria anima significa ricercare quel benessere e quella felicità a cui ogni uomo aspira.

            Buona estate e buona vacanza!

Basilicata e "Questione meridionale"

“... E resteremo sempre li stessi, cioè spogliati e burlati”. Prendo in prestito le parole di Tanucci, uomo tra i più illuminati della classe dirigente meridionale durante la monarchia borbonica del Settecento che descrive in modo chiaro la situazione del regno di quegli anni alla “berlina” delle potenze straniere, per proporre una riflessione storico-politica del Mezzogiorno. Una pagina di storia (tratta dal volume di Francesco Barra: “Il Mezzogiorno e le potenze europee nell'età moderna”, elio sellino ed.) che richiama la complessa “Questione meridionale”. Una questione non risolta e che di tanto in tanto ritorna alla ribalta ma che resta sempre come “palla al piede” di una politica nazionale.

Non è certamente questa la sede per trattare o presentare una “questione” così complessa. Ma certamente è problema che ci interpella. L'intento primario è quello di richiamare la “questione” all'attenzione della classe dirigente. Problemi strutturali legati al territorio sono stati e sono determinanti. E' indubbio ciò. Ed è cambiato lo scenario storico. Ma guarda un po', la classe dirigente è stata sempre la con-causa (nel giusto equilibrio tra determinismo e idealismo storico) di momenti “felici” (come non citare Federico II) e oscuri (l'assolutismo folle di Maria Carolina).

Il richiamo dunque – attraverso la storia del Mezzogiorno – è rivolto a  una classe politica capace (si auspica) di “leggere” la situazione socio-economica, capace di “conoscere” la storia nella sua interezza (cosa ha determinato certe scelte e certi risvolti...) e capace altresì di individuare nell'oggi strategie e possibili soluzioni di miglioramento del territorio. Voglio invocare  menti brillanti, uomini o donne, capaci  - e nel “capace” è racchiuso una vocazione e una scelta a fare politica -. Non è ideologia o retorica. Se oggi registriamo un continuo spopolamento o la cosiddetta “fuga dei cervelli” dobbiamo interrogarci sulle scelte fatte (e forse in tempi non lontani) e su quanto si potrebbe fare per arginare e invertire questa rotta. Non basta avere le risorse come le ricchezze artistiche e naturali (petrolio compreso) ma più di tutte è la risorsa di una classe dirigente capace (e mi ripeto) quella di cui abbiamo bisogno. Che le parole di Tanucci “...e resteremo sempre li stessi, cioè spogliati e burlati” -  parole inquietanti – siano di monito e sprono!

Venerazione del Patrono e politica del bene comune

C’è sempre tanto fermento intorno alla festività del Patrono del capoluogo potentino, san Gerardo Della Porta che fu vescovo della città dal 1111 al 1119.

Tante le positività di una tradizione che col passare degli anni sembra rafforzarsi sempre di più. Sicuramente il fattore economico e lo “svago sociale” costituiscono una spinta  determinante ma non bisogna sottovalutare quella fede –per alcuni timida- che anima l’intera manifestazione.

Storia, fede, società, politica (in termini di gestione della comunità) costituiscono un unico amplesso dell’espressione vitale di un popolo che si afferma in tutta la sua pienezza.   

Il rischio che bisogna debellare ci viene suggerito da papa Francesco (in Evangelii gaudium) e cioè “di rinchiudersi entro forme «disincarnate», che affondano soltanto nelle profondità dell’io umano o si perdono e sbiadiscono in una trascendenza vuota, che è «niente», dimenticando con ciò che il mistero divino è intimamente connesso con il mistero umano e con il suo contesto sociale”.

Mai come adesso (forse) il Comune di Potenza ha bisogno di ripartire e riappropriarsi della testimonianza del suo Patrono. La storia ci ricorda che Gerardo da Piacenza era sceso nel meridione quasi sicuramente per recarsi alla volta dei luoghi santi. Cosa accadde?

Di fronte al bisogno, a un popolo segnato dalla sofferenza e dallo scoraggiamento, a giovani lasciati a se stessi, Gerardo si rimboccò le maniche e cominciò a svolgere opera di apostolato. Dalla conoscenza e istruzione del popolo all’organizzazione e spinta a una vita attiva della popolazione.

Svolse dunque un’opera di rinascita e di recupero della città, la fece rifiorire. A ragione, secondo la tradizione, Gerardo fu “bloccato” e proclamato vescovo. E solo dopo cinque anni dalla morte, Papa Callisto II lo proclamò santo viva voce, una venerazione quasi scontata del popolo verso “san Gerard’ protettor d’ Putenza general’….”.

Il 30 maggio, giorno della traslazione delle sue reliquie, è preceduto dalla “Sfilata dei turchi” e cioè dal ricordo del miracolo (secondo la leggenda) della sconfitta dei turchi dovuta alla fama del santo che si era diffusa a tal punto da far “fuggire” e perciò sconfiggere l’invasione turca che in quegli anni infestava le zone del meridione (si pensi al grido: "mamma li turchi!") ed erano arrivati nel vicino cilento.

C’è poi un altro appuntamento ed è quello del pranzo dei portatori del santo -da alcuni criticato per l’uso eccessivo di vino bevuto ma soprattutto “spruzzato” in una danza quasi dionisiaca. Eppure anche questo appuntamento rinvia al santo e ai suoi miracoli. Si narra infatti che “Gerardo tornando nella città di Potenza dopo un viaggio, seguito da una grande folla di potentini, preti e frati tramutò col solo segno della croce l'acqua di una fonte in vino per placare la sete che affliggeva il suo seguito”.

L’augurio che vogliamo fare a tutti è di festeggiare con gioia il Patrono attraverso un recupero delle relazioni sociali e di momenti di convivialità ma soprattutto ai rappresentanti delle Istituzioni vogliamo ricordare di riflettere sulla figura di un “piccolo” uomo “straniero” che ha amato questo territorio come sua casa natale tanto da beneficiare l’intera società dell’epoca con percorsi di crescita autentica….Gerardo riuscì ad essere amministratore di bene comune. E così sia anche per noi!     

 

           

 

 

 

 

 

Il lavoro genera democrazia

La festa del 1 Maggio ci ricorda le battaglie degli operai per il diritto alle otto ore di lavoro. Scioperi e manifestazioni che costarono la vita a non pochi.

Oggi la festa del lavoro si colora della stessa disperazione ma  ahimé per le ore che non ci sono (!), per una precarietà snervante, per enormi disuguaglianze e ingiustizie, per il lavoro in nero, per una meritocrazia che non c’è, etc. etc.  

E dove non c’è lavoro c’è miseria, aumento della delinquenza. Si sperimenta una vita volta ai bisogni primari essenziali senza spazio all’immaginazione artistica, all’elevazione dello spirito…., a quell’utilità dell’inutile –come direbbe Nuccio Ordine, che fa poi crescere la storia in cultura e in umanità autentica.

L’assenza di lavoro con la conseguenza di dislivelli economico-sociali oltre a generare un malessere sociale (espresso in tante forme), creando incertezza, spegnendo il sogno del futuro e della progettazione –soprattutto per i più giovani, genera disagi di diversa natura, si pensi alle varie dipendenze con conseguenze drammatiche su più piani.

Il lavoro è il luogo della piena realizzazione dell’uomo. Il soggetto diventa continuatore di una creazione sempre in progress, sperimenta la sua potenzialità, si mette in gioco come persona che vive in pienezza il mutamento della società. Dove c’è lavoro c’è dunque democrazia, partecipazione piena di ciò che si è e di ciò che si diventa insieme agli altri. La democrazia genera ordine autentico, spazi di benessere per tutti, e giustizia!

Cosa sta accadendo? Restrizioni e tagli. Una distribuzione oligarchica della ricchezza e dunque del potere. Dove l’uomo è esasperato dal bisogno (e quindi dalla mancanza di autonomia economica) non può esserci libertà….. è ricattabile, è sottomesso, è tenuto in pugno…..

Quali risposte? Quali percorsi da intraprendere? Come promuovere una cultura della democrazia autentica? Quali progettazioni e impianti economici strutturali andrebbero messi a punto? Quali risorse attivare?

Mi sento di suggerire per ora solo un’opzione vitale: la speranza…..poiché da essa scaturiscono  creatività, inventiva e desiderio di “nuovo”.

 

Ridere in piena libertà col trio La Ricotta

Far ridere, ironizzare e fare satira, è cosa divina, è la geniale soluzione consegnata ai mortali per “smantellare” e relativizzare ciò che il singolo e la società coglie come grande o insormontabile problema.  L’ironia diventa il potere per non lasciarsi schiacciare, cedere alla disperazione o rassegnazione. E’ uno spazio di libertà irriducibile.

Non solo, la satira ci mostra la realtà dei potenti nelle sue diverse angolature dissacrandola e facendole perdere quella “superiorità” e distanza di cui spesso si autoinveste. Essa oltre a pungolare diventa opportunità per una presa di coscienza critica rispetto ai fatti. Rende il cittadino protagonista e consapevole riportando il potente e il potere nelle giuste dimensioni.

Avevamo proprio bisogno di uno spettacolo come quello che il trio potentino la Ricotta ci sta offrendo in questi giorni al Cineteatro 2 Torri del capoluogo. Quando l’aria si fa pesante e gli argomenti sono fritti e rifritti senza spiragli di cambiamento ma solo di sermoni o di slogan sulle cose fatte, sugli errori altrui e sulle soluzioni possibili –ma solo da manuale-  il popolo ha bisogno di catarsi. E’ un bisogno esistenziale. Una boccata d’aria….. uno spazio libero e liberante.

Facciamo i complimenti al Trio che ha confermato ancora una volta (non c’erano dubbi) la sua bravura e professionalità. La Ricotta ci ha offerto una lettura sarcastica e ironica dei programmi politici di gestione della cosa pubblica a partire dagli anni del Terremoto all’attuale governo Pittella. Il tutto corredato da una coscienza del cittadino borghese chiuso (e/o piegato) nei propri interessi individuali….così come descritto nel titolo dello spettacolo “La storia siamo noi….e anche un po’ di geografia”.

Uno spettacolo da non perdere, a mio avviso. Saranno in scena fino a martedì 21 cm….. ma sarebbe auspicabile un prolungamento, come pure una loro apparizione (sul tema politico) più frequente….  Per ora diciamo “grazie” e l’inchino lo facciamo noi, pubblico entusiasta e grato per averci fatto ridere fino alle lacrime….

 

Dalla Primavera alla Pasqua della vita

Dalla Primavera al tempo della libertà e della rinascita. Verso la Pasqua. C’è una parola che accompagna (e condiziona) questo processo. Questa parola è passaggio.  Il passaggio dalla notte al giorno, dalle tenebre alla luce, il passaggio che caratterizza il nostro vivere quotidiano –tra passato e presente, il passaggio nelle sue epoche e trasformazioni culturali della storia, da quella più piccola di una comunità a quella più grande dell’umanità.  

Il passaggio non è mai indolore, ci chiede di lasciare, di abbandonare qualcosa che non ci appartiene più e non vuole o non può essere più nostra; voler trattenere e trattenersi in una realtà –a tutti i costi- comporta uno stato di morte, che va contro natura, contro quello che è il nostro essere in continuo movimento, quel movimento di bergsoniana memoria. E solo attraverso questo lasciare, distaccarsi, è possibile realizzare la ri-nascita.

E’ quel passaggio dalla schiavitù alla libertà, della religione ebraica -la parola Pasqua dall’ebraico Pesach significa appunto passaggio. Un passaggio che richiede l’abbandono di sicurezze (quelle del pane e delle cipolle in Egitto che a un certo punto il popolo d’Israele rimpiange) ma è necessaria la perdita delle poche sicurezze, pur nella schiavitù dell’Egitto, per poter ri-nascere a una condizione di popolo nuovo e libero.  

E’ il passaggio nel cristianesimo –dalla morte di Gesù di Nazareth alla risurrezione- alla vita nuova….. quella vita nuova che lo stesso Nazareno indica a Nicodemo, uno dei capi dei Giudei,  in un colloquio di ricerca…… Gesù gli disse: "In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. Nicodemo gli disse: Come può un uomo nascere quand’è vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere? Gesù lo invita a ri-nascere a qualcosa di nuovo, lasciando la vecchia legge verso una nuova alleanza. E’ la proposta di una rin-nascita.

E’ il passaggio che gli psicologi chiamano “elaborazione del lutto”, condizione per una ri-nascita personale. Ogni qualvolta che viene meno un affetto, una persona cara ma anche un amore che finisce….. è morte, è lutto….. un lutto che va rielaborato per permettere la ri-nascita.

E’ il passaggio dalla prigionia delle proprie opinioni e pregiudizi a nuove visioni e possibilità, come ci insegna il mito della caverna.  

Passare sembra essere la parola d’ordine che accompagna la nostra vita. L’esistenza di ogni donna e di ogni uomo è attraversata dalla notte, dalle tenebre: buio che confonde e procura malessere. Il nostro anelito è verso la luce, verso il bello….verso la felicità.

Senza passaggio dunque non può esserci vita. Non si può ri-nascere. Un primo passaggio è avvenuto nel momento del concepimento: quello della fecondazione. Poi tutti siamo passati dalla culla materna del ventre al mondo esterno….la nascita.  E il nostro è un inizio unico, perché siamo persone uniche, originali, irripetibili e….irriducibili!

“Con la nascita – dice Hanna Arendt- si è dato inizio a qualcosa di nuovo”.  Siamo invitati a riflettere e a riscoprire il nostro inizio, la nostra nascita,  se vogliamo compiere una rivoluzione culturale. Altrimenti non possiamo celebrare la Primavera…la Pasqua!

La donna felice rende l'umanità felice

“Se noi uomini fossimo più intelligenti di quanto siamo, ci saremmo preoccupati sempre che le donne fossero più felici di quanto sono, poiché questa è la condizione primaria della felicità nel mondo. Nella misura in cui le donne non sono felici, non esiste felicità; e, naturalmente, non la può ottenere l’uomo”. Una dichiarazione, oserei dire illuminata, di Julian Marìas, allievo di Ortega.

La sua è un’attenta analisi sulla donna e sulla sua felicità, conditio sine qua non per la felicità di chi le sta accanto. L’uomo non si pone questa domanda, non si chiede se la donna che le sta accanto è felice oppure no, non guarda attentamente il suo volto, i suoi gesti, non si chiede se è contenta o insoddisfatta. Deve essere più attento sapendo che la donna per sua struttura è “misteriosa”, tende alla segretezza cioè, spiega Marìas, la donna nasconde il suo malcontento. E questo suo nascondere l’insoddisfazione influisce e “mette in pericolo la felicità”.

Per Marìas la donna è felice “quando si sente compresa, stimata, ammirata e, soprattutto, amata”. Solo la comprensione ci aiuta ad accettare anche le cose più difficili o negative. Ma la donna “tende ad accontentarsi – spiega Marìas – di ciò che non la soddisfa”. Ed è proprio della donna la capacità di avere una maggiore fortezza rispetto alle avversità e alla disgrazie. Una fortezza che le viene dall’interesse per la vita che permane (a differenza dell’uomo che è più interessato agli avvenimenti, alle notizie, alle informazioni).

Bontà, generosità, ospitalità sono le caratteristiche peculiari della donna. Generosità costitutiva, “causa di innumerevoli tribolazioni, di dispiaceri, di irritazioni, ma soprattutto fonte di felicità”.  E’ qui che risiede il vero fascino, puntualizza Marìas, non per quello che possiede, che fa o che le accade, ma per quello che è, in quanto donna.

Ma la storia e la società sono state ingrate con la donna non permettendole di realizzare i propri desideri e né addirittura poterli definire.

La festa dell’8 Marzo deve rappresentare, sia per le donne che per i maschi, un’opportunità per prendere coscienza di ciò che si è nella differenza  ma in vista di una relazione complementare che porti alla felicità del singolo e in esso dell’intera comunità.  

 

Pecore o petrolio, la tecnica se la ride

Altro che pecorai! (a proposito della recente polemica causata da un articolo su “Il Foglio” contro l’estremismo ecologista che minaccia la fuga dell’Eni dalla Basilicata). Altro che pecorai (non considerando tale dichiarazione come offesa), dicevo, poiché il mondo contadino, della pastorizia, appartiene a un passato e ad una cultura che è venuta meno nella società occidentale. Un mondo in cui l’uomo era il re della natura e con essa viveva un rapporto di dominio. Ed è un miraggio credere di poter tornare indietro a dominare la terra. Non si tratta di far andare via l’Eni o farla rimanere (morti di fame lo siamo stati e forse lo siamo, ma per altre ragioni, e comunque la salvezza del popolo lucano non credo si trovi nell’Eni). La questione è che sia in un caso (di mandare via…) che nell’altro noi siamo imprigionati dalla tecnica. Galimberti ci dice che noi ci illudiamo quando pensiamo che la tecnica è uno strumento, un mezzo a nostra disposizione, ormai essa è diventata l’ambiente che ci circonda. Cioè significa che tutte le esigenze dell’uomo sono subordinate ai criteri della funzionalità e dell’efficienza. Siamo diventati, forse non ne siamo consapevoli del tutto, schiavi della tecnica. E se il proprium dell’uomo è quello di dare senso e trovare uno scopo per cui vivere, la tecnica al contrario non ha senso e scopo, e non può pertanto procurarci salvezza. Essa continua il suo processo di potenziamento senza senso, non può fermarsi, è diventata la sua una corsa irrefrenabile, che ci piaccia o no (e comunque siamo impotenti); il suo è un processo irreversibile.
Oggi non possiamo più pensarci senza tecnica, l’intera società, ogni singolo. Dalla politica alla religione. Dalle organizzazioni alla vita dei singoli. Non possiamo fare nulla senza di essa. Fuori dalla tecnica vuol dire fuori dalla storia, fuori da ogni decisione, fuori…..Pertanto, come spiega Galimberti, l’uomo dipende completamente dalla tecnica, è un uomo-protesi.
E allora cosa fare? E’ possibile un percorso, ma è caratterizzato da un paradosso: se vogliamo salvarci dal predominio della tecnica e dai suoi effetti, come l’inquinamento, non possiamo farlo se non che con la tecnica…  Ecco la nostra impotenza di fronte alla tecnica.
Una via d’uscita si può trovare per Galimberti solo mantenendo le differenze tra scienza (pensare) e tecnica (fare), e riconoscendo alla prima il suo ruolo etico nei confronti della tecnica, divenendo così a servizio dell’umanità e non della tecnica. In questo modo potremmo evitare o quantomeno mettere un margine al dominio della tecnica sull’uomo.
E il ruolo etico della scienza dovrebbe andare a braccetto con il ruolo etico dell’uomo là dove non dovrebbe foraggiare il non senso della tecnica attraverso i reati – nella fattispecie - ambientali, smaltimento illecito, collusioni di ogni genere, etc. etc. etc.
Sicuramente l’aspirazione più profonda e radicata in noi è quella di un ritorno all’armonia perduta con la natura, alla bellezza innocente di una simbiosi, ma anche a un dominio sulla natura gestito dall’uomo, ma tutto questo resta un’aspirazione perché la tecnica si è sostituita al primato dell’uomo con tutte le conseguenze sul piano naturale, sociale e politico. Si invoca la democrazia come libertà di scelta (si veda l’editoriale “Prima del petrolio, la libertà di scelta” del 7/11/2014) ma a quanto pare aveva visto bene Friedrich Engels quando affermava la morte dello Stato in nome dei processi tecnici: "Il primo atto in virtù del quale lo Stato realmente costituisce la rappresentanza dell'intera società e la presa del possesso dei mezzi di produzione nel nome della società, diviene al tempo stesso l'ultimo atto indipendente come Stato. L'interferenza dello Stato nelle relazioni sociali diviene, materia dopo materia, superfluo e pertanto soccombe; il governo delle persone viene sostituito dall'amministrazione delle cose, e dalla regolazione dei processi di produzione. Lo Stato non viene abolito. Esso cessa di esistere".
 

 

La pace genera vita e benessere la guerra fa più gente cattiva

“La guerra fa più gente cattiva di quanta ne tolga di mezzo”, recita una massima di un autore antico. Parole cariche di saggezza e di santa razionalità. E per quanto sta accadendo intorno a noi – questa volta in un mondo non troppo lontano dalle nostre case – la massima sembra risuonare ancora più fortemente.
La guerra è sinonimo di distruzione, di annientamento. E dunque annulla ogni possibilità di “costruire” dialogo e ponti di possibile “pacificazione”. La guerra è violenza sull’altro e la violenza genera violenza e perciò “fa più gente cattiva”.
La Pace al contrario è sinonimo di grande benessere, di ricchezza, di fioritura culturale, politica, economica. La Pace costruisce e genera nuova vita. Essa crea opportunità di bene per tutti e investe ogni relazione, da quella con se stessi a quelle interpersonali, comunitarie e mondiali. Vorrei riproporre un testo di grande attualità. Nel trattato di Erasmo da Rotterdam “Sulla pace” risuona il lamento: “…proprio il mio annientamento li costringe ad allontanare da sé l’origine della felicità degli uomini (…) non posso che provare dolore per la sorte di questi (…)”. E’ la pace che parla e che piange sull’uomo dalla “pazzia estrema”. Il suo sconforto è insopportabile perché non sono gli animali a disprezzarla, così come lei stessa dice, bensì quell’animale dotato di ragione e capace di mente divina…generato per la benevolenza e la concordia.

Scegliere la guerra vuol dire perdersi in un “immenso mare in cui si accumulano tutti i mali” perché – è sempre la Pace a parlare – “la guerra è così non santa che è una peste che agisce subito su ogni forma di pietà e religione, se non v’è cosa più infelice per i mortali e non v’è cosa più detestabile agli dèi di questa sola, mi domando per il Dio immortale: chi crederà che costoro sono uomini, chi crederà che possiedono un briciolo di mente sana….”. E la povera pace cerca un luogo dove dimorare e non riesce a trovare casa. Neanche nella religione, perché si fanno la guerra. Una cosa è certa, a dirlo è sempre la pace: “non vi è la pace là dove non vi sia Dio e Dio non può essere là dove la pace non sia presente”.
E non trova dimora neanche tra coloro che ci governano. Amaramente afferma: “Mi rendo conto che tra i principi non solo non dimora la pace, ma anzi sono proprio loro che spargono i semi di tutti quanti i conflitti (….) i principi hanno più potenza che sapienza, e sono mossi più dalla cupidigia che dal retto giudizio della coscienza”. 

Molti gli spunti su cui riflettere. Si pensi alla giustizia, conditio sine qua non perché possa affermarsi la pace.

E per concludere un invito, con le stesse parole che Erasmo mette in bocca alla Pace: “Chi ama sul serio la pace non si lascia sfuggire nessuna occasione di pace; nel caso si presentino ostacoli, questi li rimuove o li ignora; è pronto a sopportare qualunque cosa per preservare l’integrità di un bene tanto eccelso”.                                     

Io amo A te: verso la complementarietà

Cos’è l’amore? Lou Marinoff riporta tre risposte di Freud sull’amore paragonato a tre tipi di opposti: “amare contrapposto all’essere amato; amore contrapposto all’odio e amore contrapposto all’indifferenza, che, a sua volta, è l’opposto sia dell’odio, sia dell’amore” rifacendosi (inconsapevolmente) al taoismo secondo cui ciascuno è complementare, è necessario cioè per l’esistenza dell’altro.
Una cosa è chiara: quando sovrabbonda l’affetto da parte di un solo partner, si crea un forte “squilibrio”, ed è in questo stato che nasce e cresce poi – per entrambi – un forte malessere e disagio con conseguenze spesso dolorose.
La relazione con l’altro (maschio o donna) parte da un presupposto fondamentale per comprenderne poi l’evolversi. E cioè con quale modalità di pensiero mi approccio all’altro: quella dell’essere o dell’avere?
La modalità dell’avere mi pone di fronte all’altro come uno che vuole prendere possesso, anche se con dolcezza, in termini di oggetto. E il rapporto evolve secondo questa parabola. Tu sei mia, io ti voglio…… Viene minato in questo modo ogni presupposto per una relazione rispettosa della diversità-alterità dell’altro. Il protagonista è quell’io maschio che vuole e deve possedere. E’ chiaro che secondo questa modalità si annulla ogni reciprocità e ogni dialogo.
Luce Irigaray a partire proprio da questa pseudo relazione ci insegna che una vera dichiarazione-relazione d’amore va fatta in questi termini: “Io amo a te” che significa: “….Non ti sottometto, né ti consumo. Ti lodo: lodo in te. Ti ringrazio: rendo grazie a te per…. Ti benedico per. Ti parlo, non soltanto di una certa cosa, ma ti parlo a te (…)”.
Ernesto Bencivenga ci insegna che “Si ama sempre e soltanto un soggetto, uno spazio di libertà e di possibilità, un progetto che s’intuisce e nel quale si crede, magari a dispetto dell’evidenza; nel farlo, si desidera sempre e soltanto il proprio stesso desiderio, l’inesauribile energia che esso esprime, il suo tenerci costantemente sulla corda, in bilico, in vita”.
Al contrario, se guardiamo l’altro come oggetto cioè “entità dai tratti precisi e definiti, reali” allora non abbiamo mai amato veramente e non amiamo sul serio poiché a noi interessano le qualità dell’oggetto, e queste possono venir meno nel tempo o posso io stesso modificare gli interessi o gusti, la relazione insomma è fondata sul controllo o possesso dell’oggetto.
       Una riflessione che va fatta insieme, nell’alterità. Si dovrebbe lavorare alla comprensione e al riconoscimento della complementarietà.  Questa la sfida!
Buon San Valentino!










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