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Luigi Gallo, un sarto tutto lucano.

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In evidenza Luigi Gallo Luigi Gallo

Luigi Gallo è uno dei pochi grandi sarti lucani rimasti. Ha mani di velluto e una volontà di ferro. Realizza abiti su misura, pezzi unici e inconfondibili. «Mi viene per abitudine», dice. Ma le misure della sua abitudine trasformano un uomo medio in un uomo speciale. Taglia 300 abiti l'anno. Luigi Gallo ha una storia lunga sessant'anni. Viene da un paesino invisibile della Basilicata, Roccanova di Potenza. Settimo di nove figli, Gallo oggi è sessantacinquenne. Ha il sorriso di chi ancora ama il proprio mestiere e le mani piccole e sempre in movimento di un vero artigiano. Allievo di Angelo Litrico, apre la sua prima bottega nel 1966 proprio a Roccanova di Potenza. Ma, trascorsi due anni, dopo aver vestito tutto il paese, si trasferisce definitivamente a Roma. In una medio lunga intervista telefonica, ho avuto modo di fare delle interessanti domande a quest'uomo di gran talento.

 

A che età è nata la sua passione per il vestire?

A sette anni, tramite mio zio Luigi Briamonte, di Sant'Arcangelo e fratello di mia madre. Vestiva sempre elegante. Noi invece non potevamo vestire bene perché eravamo 9 figli ed eravamo poveri. Negli anni ho fatto esperienza nei laboratori di Domenico Caraceni e Angelo Litrico, il mito. Io realizzavo gli abiti e lui me li pagava. Eravamo parecchi operai esterni e ad ogni operaio egli assegnava i clienti più importanti. Ho vestito Giuseppe Ungaretti, Andreotti, Colombo, Carlo D'Apporto, Giacomo Manzù lo scultore. Litrico guarda il taglio. Aggiusta un angolo. Perfeziona un dettaglio. Non toccava mai un abito, anche se governava tutto. Il suo vero lavoro erano cene, chiacchiere, pubbliche relazioni. Così imparai pure quello. E imparai che il cliente ha ragione ma non sempre. Chi fa il sarto studia il modo di vestire dell'architetto, dell'avvocato, del presentatore. Se un cliente ha un fisico grosso bisogna consigliare una fantasia meno appariscente. Ci vuole eccellenza doppia a dissuadere, maestria ad aggiustare. Personalmente, mi sono sempre ispirato ai film americani, al modo in cui vestivano certi attori. In particolare i divi americani Steve Mcqueen e James Stuart e 2 dei miei 6 figli, Marco e Alessandra, hanno intrapreso quest'attività.



Quali sono le maggiori soddisfazioni ottenute da questo lavoro?

Alcuni giornalisti sostengono che esprimo le stesse emozioni di un giovane, quando parlo del mio mestiere e questo non è un caso. Agli ultimi tre figli, mio padre diede la possibilità di apprendere un mestiere. Io scelsi quello di sarto. Sicuramente, una delle mie più grandi soddisfazioni è la possibilità di apprendere sempre cose nuove, di poter mettere a confronto tante diverse personalità, ognuna con i suoi gusti. La possibilità di insegnare un'arte, se vogliamo. Di dare, in tempi di crisi, la possibilità ai giovani di inventarsi un futuro.



Che sensazione provano i clienti quando indossano un suo capo d'abbigliamento?

I clienti arrivano, spengono i cellulari e si dimenticano del tempo. Le prove degli abiti sono un'esperienza unica. I clienti di oggi sono consulenti, avvocati d'affari, manager rampanti ma anche attori. Lavoro, da sempre, strizzando l'occhio a un modello. Quello inglese. In Gran Bretagna il governo interviene con agevolazioni e contributi quando si tratta di sostenere investimenti in favore dell'artigianato, come per la formazione ad esempio. In Italia non se ne parla nemmeno. 



Cosa le manca di più della Lucania da quando risiede a Roma?

La nostalgia si avverte. Bisognerebbe tornare ai valori autentici. Mi manca la mia terra, i paesaggi inconfondibili della Lucania. Al paese sono io che fermo gli amici per salutarli. Loro raramente mi riconoscono. Più passano gli anni, più aumenta il desiderio di rivedere i posti che frequentavo da piccolo, ormai parte indelebile del mio vissuto. Più passano gli anni più si fanno sentire le mie origini e in particolar modo, la voglia di tornare a Castronuovo, Vissanelo e Roccanova, dove ho trascorso la mia infanzia. Proprio per questo, mi sono ricreato una casetta in campagna con le galline ed il pollaio. Ma il mio maestro si trasferì a Roma nel 57 e dopo due anni mi mandò a chiamare. Da un lato è stata una fortuna per me. Dopo il militare a Roma, ho fatto la migliore clientela come sarto nel mio paese. Ma chi stava in paese era lontano dalle luci della ribalta. Così, me ne tornai a Roma, prendendo lavoro presso la sartoria di Angelo Litrico. Litrico una volta mi disse: "La felicità è nel lavoro, e un po' nella famiglia". Io oggi ho sei figli, ma Litrico, che visse solo, si sbagliava nelle proporzioni. La famiglia è moltissimo, il resto segue. In fondo si tratta solo di abiti ben fatti.



Quali sono i nomi più importanti che ha avuto l'onore di vestire?

Stefano Accorsi, Michele Placido, Giancarlo Giannini. Mi sono occupato dei revers di Giulio Andreotti, ho cucito un cappotto a Nikita Kruscev. Michele Placido, Sergio Castellitto, Giancarlo Giannini, Stefano Accorsi. David Zard il produttore del musical “Notre Dame da Paris”. Un bel po' di cinema, oggi, passa dai miei velluti. Poi Marco Bellocchio, che sta per girare La condanna con Vittorio Mezzogiorno. Mezzogiorno era un personaggio straordinario. Dopo il film con Bellocchio, lo vestii per La Piovra. E in ventiquattrore gli feci uno smoking per andare di corsa a Venezia. Da allora diventammo amici. Ho visto crescere Giovanna, la figlia: due anni fa, quando vinse il David di Donatello, volle indossare lo smoking del padre. Sono stato anche da papa Karol Wojtyla e da papa Ratzinger a cui ho realizzato un soprabito che metteva nei suoi lunghi viaggi. Ho realizzato un tessuto molto leggero, che lo tenesse caldo, ma al tempo stesso non gli pesasse. Se prima il primato della sartoria era inglese, ora è italiano perché l'Italia, nel suo piccolo, è molto all'avanguardia nell'artigianato.



Cosa state realizzando in questo periodo?

Da 30 anni a questa parte ho lavorato molto con il cinema. Nel 1992 ho fondato la camera europea dell'alta sartoria con l'obbiettivo di formare nuovi sarti, con le tecniche moderne di tagliatore sarti e di stilista. Questa scuola è stata fondamentale, perché già dagli anni 60 i laboratori erano pieni di apprendisti ed era stato abolito l'apprendistato in tutti i settori dell'artigianato. Se non avessimo aperto una scuola, in 10 anni l'artigianato italiano sarebbe scomparso. Mio figlio a 4 anni veniva a infilarmi l'ago. Così ha tramandato la tradizione come anche molti giovani stranieri che poi hanno esportato questa arte, che ha finito per prendere piede in tutto il mondo. È un vero peccato che i nostri politici non sappiano apprezzare questa ricchezza! Noi abbiamo questo primato e loro non ci apprezzano. Noi lavoriamo ma lo stato non investe su di noi. All'estero, invece, sanno rivalutar meglio ciò che hanno di artistico. In Gran Bretagna il governo interviene con agevolazioni e contributi quando si tratta di sostenere dei veri e propri investimenti in favore dell'artigianato. Il paradosso è che noi che abbiamo più cultura e arte, rischiamo di passare come l'ultima ruota del carro. Conosco gente venuta dalla Germania, dal Giappone, dall'America, ad apprendere il nostro mestiere e ci potrebbero essere già nuovi insegnanti in grado di tramandare il mestiere nelle scuole private lucane. Con la crisi che c'è, oggi l'unica salvezza sembrano essere i vecchi mestieri, quelli che fanno star bene moralmente ed economicamente. Hanno rappresentato i fondamenti per la nostra economia, almeno fino al periodo preindustriale.



Giulio Ruggieri

 

Ultima modifica ilMercoledì, 22 Ottobre 2014 21:16

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