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Intervista al pittore Antonio Masini (con video illustrativo).

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In evidenza Antonio Masini. Antonio Masini.

 

Antonio Masini è nato a Calvello, nel 1933, compie studi classici e si laurea in giurisprudenza. Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private, oltre che in numerosi musei in Italia, Germania, Brasile, Polonia, Australia, Cile, Croazia, Libia, Romania, USA, e altre parti del mondo. Nel 1960 partecipa alla mostra nazionale di Pittura, “Primo centenario della rivoluzione lucana” e gli viene assegnato il primo premio. Nello stesso anno, frequenta l'accademia di Belle Arti di Napoli. Masini è un pittore dalla forza visionaria. Quella che rappresenta è una realtà violenta che mostra in modo evidente la propria decadenza, il dissolvimento degli oggetti tecnologici. Dalla metà degli anni 60 ad oggi, ha tenuto rassegne personali in tutte le principali città italiane e del resto del mondo. Dopo il sisma del 23 novembre 1980, la terra torna ad essere centro ispiratore della sua pittura. Nel 1981 aderisce alla mostra itinerante “Aspetti della pittura in Basilicata”. Ha dedicato ampio spazio alla scultura in bronzo e ferro, come le sculture delle chiese di S. Croce a Potenza e S. Alfonso a Foggia, in bronzo e cemento armato, nonché la medaglia “23 novembre 1980 Basilicata-Emilia Romagna”. Intensa è la sua attività grafica. Nel 1980 vince la Palma d'Argento al Premio Internazionale della Grafica a Cannes (Francia). Nel 1983 espone all'Istituto di Cultura di Stoccolma (Germana) con una mostra antologia del periodo 1970-1983. Nell'autunno del 1986 esegue trenta opere che prendono spunto della poesia leopardiana e che faranno anche parte di una mostra itinerante dal titolo “Masini visita Leopardi”. Nel 1991 esegue i gessi per una scultura dedicata alla ricostruzione del terremoto dell'80 e un dipinto dedicato ad Isabella Morra per l'Università di Basilicata. Nel 1993 fa un viaggio in Cina. Da questa esperienza nasce una serie di opere che portano il titolo “I Cavalli di Xi'an”. Ne segue una pubblicazione che reca lo stesso titolo. Nel 94 realizza, per la scuola media “L. Sinisgalli” di Potenza, un monumento in onore al poeta di Montemurro. Sempre nel 1995 inizia la Porta di San Valentino, opera in bronzo, per la Chiesa Madre di Abriola (Potenza). Vi lavora per tre anni. Tra il 1997 ed il 1999 esegue per la chiesa di S. Antonio a Pignola (Potenza) la Porta del Giubileo, presentata da Mons. Gianfranco Ravasi. Per saperne di più, ho avuto il piacere di porgli alcune domande.



Nei suoi ritratti compaiono spesso figure umane e di cavalli, cosa vogliono rappresentare per lei?

L'uomo e la donna rappresentano i due protagonisti della grafica di sempre. Ma l'uomo ha sempre desiderato avere la natura del centauro e la velocità del cavallo. Dopo l'uomo, l'animale più mitizzato è proprio il cavallo. Noi siamo eredi della cultura romana, ma anche di quella indigena. I nostri antenati, si spostavano a piedi o a cavallo per arrivare ad Anzi, Calvello, Vaglio, Satriano dove c'era un un altissimo livello di vita culturale. L'uomo e il cavallo li possiamo trovare anche nella preistoria. Ma anche a pochi chilometri da Lagopesole, in contrada “Toppo Dei Sassi” ci sono dei bellissimi dipinti ancora rimasti zoomorfi e inalterati. Ma anche in Puglia e nella Val Camonica e persino in oriente



Con quale forma artistica riesce maggiormente a esprimersi? La pittura o la scultura?

C'è una specie di contaminazione. I linguaggi dell'uomo sono polimorfi. Ci sono geni espressi bene con la scultura, altri meglio con la pittura, come il grande Michelangelo. Andy Warhol era un pittore che non sapeva dipingere, eppure, è riuscito a trovare nella serigrafia il suo ambito perfetto per potersi esprimere. Non a caso, sono molto note le sue serie serigrafiche dedicate al concetto della commercializzazione dell'arte. Anche il modo di dipingere e scolpire è cambiato oggi. Ma non dobbiamo dimenticarci che ogni forma di espressione, ogni linguaggio, resta una determinata manifestazione in un certo periodo storico.



Si sente più realizzato nella scultura o nel dipinto?

In entrambe. Pittura e scultura sono arti parallele. Però ne approfitto per parlarti del dipinto più grande mai realizzato finora. Si trova nella Piazza del Seggio a Tito ed ho impiegato sei mesi per realizzarlo. Sono partito dai buoi e dalla preistoria, per arrivare al mito greco delle acque sulfuree. Infatti, dopo la cattura dei buoi, c'è la dea delle acque Mefitis. Poi sono arrivato alla figura di San Valerio, rappresentando un santo dei primi secoli del Cristianesimo. Nel 1420 circa, Giovanna Orfina, una damigella di corte, fu aggredita dai bifolchi di Satriano. Ho voluto raccontare proprio l'aggressione di questa donna, l'incendio, la distruzione di Satriano e la fuga della regina dal paese. Ma siccome a Picerno e Tito ci furono delle insurrezioni dopo la rivoluzione francese, questa donna fu fatta prigioniera e gli austriaci la condannarono a morte, perché si oppose alle forze antirivoluzionarie borboniche. Dopo aver rappresentato tutto ciò, sono arrivato all'epoca moderna, raffigurata attraverso un groviglio di serpi, per simboleggiare il mondo del malaffare politico, soprattutto degli ultimi tempi. Per concludere ho pensato al futuro, raffigurando la famiglia, nucleo e rifugio di ogni essere umano, attraverso l'immagine di un padre che abbraccia i suoi figli.



In che modo, l'ambiente in cui è vissuto ha influenzato la sua arte?

L'ambiente influisce molto nella formazione di ogni artista. Ognuno ha un ruolo a questo mondo. Io appartengo alla medio-piccola borghesia terriera e sono vissuto in una masseria. Mio padre faceva l'agricoltore. Dalla famiglia ho preso il senso della vita che è una cosa seria. Ma, di questi tempi, ci vorrebbe un nuovo Risorgimento del Sud. L'Unità d'Italia sembra essere stata fatta solo a uso e consumo del Nord. Un'operazione operata dai piemontesi, ma tutta a svantaggio del Sud.

 

 Ha più soddisfazione quando espone un'opera in Italia, o all'estero?

Sia in Italia che all'estero. Stare in un posto per troppo tempo mi stanca però. All'estero mi piace ancora di più. Noi siamo tutti degli emigranti. A 12 anni andai in collegio e non tornai mai al mio paese di origine. Fuggiamo sempre da ciò che non appartiene al nostro modo di essere. È nella nostra natura. Sta per uscire un libro sulle mie opere dedicate agli italiani nel mondo. Ma una cosa finisce quando tu non sei più capace di migliorarla. Mi piacerebbe andare a trovare questi “figli miei”, dispersi in tante parti del globo, anche per vedere se sono stati modificati dal tempo.


C'è una mostra che ricorda in modo particolare?

Le mostre per me sono sempre state traumatiche, ma riempiono anche di molte soddisfazioni. La più bella è stata quella del 1989, realizzata a Milano e dedicata ai fratelli Rosselli (giornalisti e attivisti dell'antifascismo italiano, assassinati nel 1937, su mandato dei servizi segreti del fascismo), nella biblioteca di Palazzo Sormani. Fu inaugurata dall'ex presidente del consiglio dei ministri Giovanni Spadolini e da uno dei più grandi padri della patria, Sandro Pertini. Ma ricordo con piacere anche mostre fatte a Stoccarda, in Australia, a Montréal in Canada e in Perù.



Giulio Ruggieri

Ultima modifica ilLunedì, 02 Maggio 2016 20:49

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