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Una ricetta semplice per voler bene alla vita.

In evidenza Una ricetta semplice per voler bene alla vita.

 

Tutto oggi sembra dover viaggiare secondo i canoni che impongono i mass media, soprattutto la televisione, che condiziona terribilmente i nostri comportamenti, orienta le tendenze, fa salire il culto dell’avere, dell’apparire, del possedere. Si “è” per quanto si “ha”, non per le cose che contano e che dovrebbero ispirare, guidare la vita.
Abbiamo perso il senso del vero, del buono e del bello. Abbiamo smarrito il significato del sacrificio, dell’essenzialità, dell’attesa, dello stupore. Ci è stata inculcata l’idea che basti avere cose per essere felici. E invece vediamo in giro un sacco di infelicità e scontentezza, che leggiamo sui volti delle persone. Siamo senza bussola.

Dobbiamo ritornare all’«essere» dopo le ubriacature di «avere», con cui abbiamo cresciuto e stiamo crescendo le nuove generazioni, convinti di fare il loro bene spianandogli la strada e togliendogli ogni ostacolo, ogni difficoltà sui loro percorsi. In passato, chi cadeva doveva imparare a rialzarsi da solo. Oggi è già una fortuna se non si va dallo psicologo o dallo psichiatra per imparare come aiutare chi cade.

La vita non è quella che ci vogliono far credere, di panna montata e di effetti speciali. La vita è altro, molto altro. Io vivo in un nido familiare dove cerchiamo di accontentarci di piccole cose, ma le gustiamo, le apprezziamo, perché ogni cosa è una conquista e ogni conquista è un risultato che dà gioia vera, non artificiale o di circostanza. Con la mia famiglia, insieme, ci sforziamo di mantenere e difendere il nostro bene più prezioso, la serenità, che costruiamo giorno dopo giorno come asse portante del nostro vivere.

Sono una mamma che si impegna a inventare un pranzo frugale, riscaldo il pane secco e cospargo sale e olio, taglio a fettine sottili un pezzo di salsiccia, imito la nutella con un po’ di burro e cacao amaro, cerco di far capire con un’alimentazione, anche povera ma sana, che prioritaria è la convivialità, con il piacere di stare insieme, di ritrovarsi. Non amo per niente i modelli di famiglia stile mulino bianco, dove tutto pare un’oasi incantata di felicità. A tavola si imparano molte cose, dalla capacità di stare insieme all’accontentarsi, al ringraziare comunque il cielo per quello che abbiamo e che molti non hanno.
Invito i miei figli a studiare in una sola città per restare tutti insieme, nei limiti del possibile e se non posso comprar loro una nuova maglietta o un altro paio di scarpe, provo a far capire loro che molti non hanno niente e ogni giorno un numero non quantificabile di persone muoiono di fame, perché hanno avuto la sventura di essere nati in una realtà dove non c'è niente.
Cerco di far capire ai miei figli che se non si può uscire a mangiare la pizza il sabato sera non è una tragedia. Il messaggio passa e sono loro stessi che poi apprezzano la gioia semplice di una tavolata calda, in armonia. E dicono che la pizza migliore è quella che fa la mamma. E quando con mio marito restiamo soli e pensiamo a come sarà il futuro e ci preoccupiamo delle prospettive, visti i tempi che stiamo vivendo e le insicurezze, le precarietà, i costi che si moltiplicano, ci facciamo coraggio insieme, pronti a rifare la vita che hanno fatto i nostri genitori, imparando a rinunciare a qualcosa, ad accontentarci. Questa non vuole essere una filosofia della rassegnazione e del fatalismo, ma un’esortazione, che dobbiamo rinnovarci ogni mattina, a rimboccarci le maniche, ad affrontare il nuovo giorno come una risorsa, un’opportunità da cogliere.

Cari amici, ho vissuto una vita fatta di piccoli passi, di avanzamenti conquistati palmo dopo palmo, con la fatica ma anche con la buona volontà. Non mi spaventa una casa priva di comfort moderni, conosco tanti poveri e sono in cammino per abbracciare ogni giorno qualcuno che sta peggio di me, di noi, e dei quali non ci accorgiamo o non vogliamo accorgerci, perché “non abbiamo tempo” e dobbiamo andare di fretta.
Chi ha avuto il privilegio di nascere povero, apprezza poi tutto come un traguardo rinnovato ogni volta. E ogni volta è una commozione vedere un sorriso che spunta sul volto di qualcuno, al quale abbiamo regalato un po’ di noi. Forse è questo che tutti insieme dovremmo sforzarci di riscoprire: la contentezza che viene dalla semplicità, ancora più gratificante in un mondo che fa di tutto per complicare ogni cosa.

La vita l’ho vissuta con gioia e voglia di vivere, ho realizzato tanti sogni, ho provato grandi emozioni, ho avuto tante soddisfazioni: sento di dovere una grande riconoscenza al Signore Gesù, perché da sola non avrei potuto essere chi sono e senza insegnamenti fondamentali, come quelli ricevuti dai miei genitori e da chi mi sta attorno, mi circonda e mi vuole bene – perché a mia volta ne possa riverberare – non avrei trovato questo percorso: che non è facile, ma che è sicuro nel cammino della vita. E aggiungo che la felicità non è un’utopia e non è irraggiungibile: la felicità è silenziosa, discreta, mai appariscente. La felicità risiede nella forza e nella solidità degli affetti, nell’aiuto dato al prossimo, in una carezza fatta ad una persona avvilita o disperata. Forse, se insegneremo ai figli questa strada semplice, ritroveremo tutti quanti la speranza, l’ottimismo e anche la letizia di vivere.

 

Michela Napolitano

Ultima modifica ilVenerdì, 02 Gennaio 2015 15:08
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