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Solitudine (racconto di Mario Stanislav).

In evidenza Solitudine (racconto di Mario Stanislav).

 

Avrebbe indossato una camicia a quadri quel giorno. Sarebbe stato l' ideale. L'aveva stabilito dalla sera precedente; appena aveva poggiato la testa sul guanciale, prima di addormentarsi. 
Sosteneva -l'aveva confessato a se stesso molte volte- di avere un piccolo problema. Alle volte fastidioso. Non appena indossava qualcosa, sentiva subito il bisogno di guardarsi allo specchio. Ovunque si trovasse. Allora il tempo spariva; qualunque cosa avesse pianificato per quel giorno veniva rimandata. Analizzava ogni piccolo particolare; si osservava di lato destro, di lato sinistro, notava come l'indumento si adattava al suo corpo. Alle gambe soprattutto. Poi cercava di simulare delle probabili situazioni in cui si sarebbe potuto trovare. Vedendo come si sarebbe mosso il braccio, il ginocchio, il torso, se per caso si fossero trovati a dove fare quel movimento. E così per ore. Improvvisava una camminata, facendo qualche passo sul posto; poi, mimava un saluto a persone care mettendo in mostra le sue scarpe. "Ehi, ma cosa dici?" diceva immaginando una possibile rissa in una taverna, con gente puzzolente, piena di vino in corpo. Aveva scoperto che si creava, fra lo specchio dell'armadio e lo specchio affisso al muro, un gioco di riflessi che gli permettevano di guardarsi le spalle. Bastava solamente posizionare l'anta dell'armadio nell'angolazione giusta. Ciò aveva raddoppiato il suo vanitoso godimento. Il cinema poi, era sempre stata la sua rovina. Era il mondo dove tutto calzava a pennello. Un vero sogno...Mai nel suo specchio si era visto splendente come un attore. Forse non aveva proprio il fisico adatto, pensava. Gli effetti del cinema su di una persona debole possono essere davvero devastanti. Cercava di ripetere allo specchio scene di film; emulare le facce degli attori più belli, a cui sosteneva -nella sua personalissima opinione- di assomigliare. Anche se solo vagamente, in alcuni casi. Il pavimento della sua stanza era cosparso di libri di fotografie. Per lo più foto di modelli, che lui scrutava fin nei minimi particolari. Forse, con l'osservazione, sarebbe riuscito a capire dove fosse l'errore; dove il suo corpo era sbagliato. Quegli scatti, che si procurava da un fotografo del suo quartiere, gli permettevano di fare paragoni, misurare le differenze, capire quali fossero i suoi difetti. E ciò rendeva tutto più scientifico. "Non buttarle quelle foto, mi piacciono. Potrebbero essere utili." diceva al fotografo, che lo guardava sospettoso circa l'uso che ne avrebbe potuto fare. A parer suo, per somigliare a qualcuno era sufficiente vestirsi come lui ed assumere le sue espressioni facciali. E cosa non meno importante, portare il suo stesso taglio di capelli. Tutto qui. Salvo scoprire poi, alla fine, che le cose non erano così semplici. C'era qualcosa di più profondo, che segnava l'essere umano sin dalla nascita, condannandolo ad essere "qualcuno" ben individuabile e schematizzabile. Il Dna era una prigione da cui difficilmente si poteva scappare. E bisognava il più delle volte rassegnarsi al proprio. 
Si accendeva una sigaretta, lentamente. E così dinanzi allo specchio nel corridoio , per ore, stava in compagnia del suo volto. Anche dalle prime ore del pomeriggio fino all'ora di cena. E discuteva da solo, notando tutte le espressioni del suo volto. Ammiccava, sorrideva sornione, oppure parlava con la mano sul mento, atteggiandosi a uomo di mondo. A proposito del suo volto, egli lo trovava davvero particolare; come lo erano pochi. Si chiedeva se anche altri pensassero lo stesso. Pensava così soprattutto dei suoi occhi scuri, profondi. Invece, il suo naso leggermente aquilino gli dava quel tocco iranoide che sapeva d'oriente. Importante era lasciarsi crescere la barba, lunga lunga. Come quella di un uomo che viene dal deserto. Sosteneva di essere, secondo alcune misurazioni craniometriche, di un ceppo irano-nordoide. La pigmentazione era molto diversa, ad esempio, dai nordici cromagnoidi. Notò che molti della sua famiglia fossero molto più Bruenn-faelidi. Soprattutto il ramo di sua madre. La nonna invece aveva sicure origini nel ceppo Finnide. Lesse alcune tavole antropometriche in cui erano riportate misurazioni di Cromagnoidi-Bruenn. Il commesso della drogheria, invece, sembrava proprio un Nilotide. La sua statura, il corpo longilineo ed il suo cranio, l'occipitale prominente con una mandibola robusta e larga. E poi la sua pelle era nerissima con riflessi violacei, come la notte senza stelle. I suo capelli lanosi, gli occhi molto piccoli e le labbra spesse; i tratti c'erano proprio tutti. Poi notò esserci delle differenze nell'altezza del cranio dei proto-cromagnoidi - 155mm- da quello dei Neanderthal -144mm. I suoi capelli però, e di ciò ne era contento, erano di razza Caucasoide. Alle volte invidiava il cranio dei Bruenn. I loro occhi celesti come il ghiaccio, piccoli e squadrati. I loro volti portavano dei tratti davvero eleganti e nobili. Spesso era spaventato dai tratti del medio oriente, sebbene fossero simili ai suoi in qualche modo. Differentemente però, riteneva che il suo viso fosse più dolce rispetto ai medio-orientali, che avevano occhi neri e grandi come indemoniati. Forse era un misto fra un Bruenn ed un Caucasoide? Avrebbe dovuto fare delle misurazioni più accurate. Sulla parete della sua stanza vi erano incollate varie diapositive di persone divisa per razza. Fotografati di profilo e frontalmente. Misurava l'ampiezza delle sue spalle e poi andava a ricercare a quale ceppo appartenessero le sue misure. Alcune volte scendeva in strada chiedendo a qualche passante se si potevano effettuare delle misurazioni su di lui. Non tutti accettavano. Il libro che fino ad ora aveva trovato molto interessante sull'argomento era The Races of Europe di Coon. La signorina dell'ufficio postale doveva essere una Caucasoide per i suoi capelli cimotrichi ed il naso leptorrìno sul quale erano adagiati dei piccoli occhiali rotondi. Gli occhi e i capelli erano, inoltre, molto chiari come i finnidi. Era molto graziosa, il suo fascino era davvero delicato. Il suo abbigliamento metteva in risalto le sue qualità. La sua altezza, le spalle larghe e delle gambe muscolose al punto giusto. Trovò interessante notare che le misure del suo volto fossero molto vicine a quelle di un conduttore televisivo. Però il colore degli occhi era molto differente dal suo liquido nero scuro. Ma chissà, forse ad un più accurato studio cefalometrico le cose sarebbero state diverse. "Essere un Bruenn sarebbe stata tutta un'altra cosa." disse rivolgendosi alla sua immagine nello specchio.

II


Si mise dinanzi allo specchio e cominciò con voce altisonante. "L'indipendenza della regione è il nostro scopo primario, da raggiungere in modo pacifico e democratico. Dobbiamo decidere - e ciò è molto importante per l'unione- il nostro saluto sociale. Aspetterò alcune vostre proposte. Fatta questa premessa, vorrei analizzare la questione dell'indipendenza e della sovranità dalla nostra nazione. La nostra regione è stata sempre oppressa da potenze straniere e tutt'ora siamo sottoposti al giogo del nostro governo. E la capitale ruba le nostre risorse naturali e consente alle multinazionali straniere di poter fare il bello e il cattivo tempo con il nostro petrolio. Di poter sfruttare le nostre foreste, la nostra acqua e le nostre miniere. La nostra regione ricopre una gran parte del fabbisogno della "nazione". Le virgolette sono d'obbligo dato che la nostra nazione non può essere tale in quanto è un miscuglio eterogeneo di etnie molti differenti tra loro. Noi dovremmo avere un tenore di vita molto maggiore. Noi dobbiamo riaquistare la nostra dignità. Se noi avessimo un giovamento da questi beni il nostro tenore di vita sarebbe maggiore almeno del doppio. Dobbiamo lottare per la nostra indipendenza! Non è possibile che la nostra situazione di miseria assoluta debba rimanere tale ancora per molto. Giammai! Sono d'accordo sul protezionismo di un nostro eventuale stato indipendente. Noi dobbiamo affrancarci dall'Unione e avere una nostra valuta nazionale e una nostra banca centrale nazionalizzata. Mi propongo di analizzare culturalmente, in futuro, gli altri aspetti dell' indipendenza della nostra regione. Come ad esempio la lingua, questo per favorire la nostra unione in una unica tribù. E' tutto."
Il discorso di introduzione era fatto. Forse andava rivisto, ma i punti generali erano trattati solo superficialmente in modo da far scaturire la discussione confutatoria. Non rimaneva che il punto più importante, vioè quello di capire a chi potesse interessare una cosa del genere. Eppure era quello il tema principale, il problema più assillante della regione. "L'indipendenza dalla nazione." Era sicuro di quello che faceva. Dopotutto anche la tv parlava sempre di ciò. Questo a garanzia dell'importanza e della validità della questione. 
Di una cosa era assolutamente convinto: il dialetto sarebbe stata la lingua ufficiale. E qui era fortemente in disaccordo con la massa. Il discorso, inoltre, doveva essere interpretato con decisione; era decisivo per la sua buona riuscita. Per essere convincente bisognava accompagnarlo con una precisa gestualità. I movimenti dovevano essere decisi, secchi e simmetrici. Ciò per destare senso di ordine nell'ascoltatore. Un senso di rigore.

 

III

"Coraggio inizi pure, mi parli del sogno."
"Non so se si chiama sogno o incubo. Ma è molto ricorrente. Mi capita di addormentarmi e di ritrovarmi sempre nello stesso posto. La mia scuola elementare."
"Si. Bene."
"Ci sono tutti i miei ex-compagni. Io sono estremamente felice di vederli. Sono con loro e siamo sorridenti e con gli occhi pieni di vita, come possono essere gli angeli che cantano e ballano attorno al trono di Dio. E' un giorno di sole e le maestre, per farci apprezzare la bellezza della natura, ci portano a fare un giro nelle campagne, in una zona limitrofa. Il cielo è azzuro, un tipo di azzurro che non riesco più a vedere oramai. E' quell'azzurro che solo i bambini riescono a vedere. E' una scena molto tenera; tutti noi con i grembiulini blu che camminiamo in fila per due, mano nella mano C'è così tanto sole, le spighe di grano, e noi siamo tutti felici. Mi sembra di poter volare. Non sento il peso del corpo. Ed infatti dopo un po' mi accorgo di poter fare balzi enormi. Così mi libro in aria. Inizio a volare per le campagne allontanandomi sempre di più. Ad un certo punto ho nostalgia dei miei compagni, e del sole, che nel frattempo è sparito dietro delle grosse nubi. Vorrei tornare indietro ma sembro essere talmente lontano che tutto è irragiungibile. Poi, con mia grande sorpresa, mi allontano dalla terra ed inizio a vagare nell'universo. In quell'istante vengo preso da una terrificante vertigine. Horror vacui. Si vedono immense stelle in esplosione e sembra che l'universo sia giunto alla fine. Sembra che da un momento all'altro stia per scoppiare una catastrofe di dimensioni universali. Poi mi sveglio, con un senso di inquietudine addosso." "Ho capito." "Com'è la mia fronte? E' alta. Credo che la mia mascella si molto squadrata. Non esattamente come quella di un Irano-nordoide."

 

IV

"Pur condannando complessivamente il nazional-socialismo come movimento reazionario, non posso che esprimere il mio piu' sommo cordoglio per Erik Priebke, spentosi oggi a Roma e non nella sua natia Germania; prigoniero di aguzzini vincitori della guerra. Ritengo che l'atteggiamento delle autorita' italiane nei confronti del Capitano Priebke sia stato estremamente iniquo, infierendo ulteriormente su un soldato che non ha fatto altro che compiere il suo dovere, senza mai rinnegare il suo ideale. Posso dire che Erik e' morto con gloria, pur non condividendo il suo ideale la sua lotta fino all'ultimo e' stata grandiosa."
Questo era ciò che pensava in merito alla faccenda. L'aveva scritto in un appunto, sulla sua agenda. Sentiva su di sé la responsabilità del leader. Era importante che esprimesse il suo punto di vista, che sarebbe risultato utile anche a coloro che non riuscivano subito a farsi un'idea di ciò che succedeva nel mondo.
Scelse un vestito elegante, per l'occasione. Doveva uscire di casa a trovare qualche alleato per la sua campagna politica. Non cercava gente qualsiasi, ma autoctoni di quella regione. Dopotutto si stava proclamando l'indipendenza proprio di quella fetta di nazione.
Scelse con molta cura la cravatta. Ne prese una rossa. Forse era troppo stridente con il grigio del vestito. Poi una blu. Ma nemmeno questa andava bene. Dopo circa mezz'ora riuscì a trovare una cravatta di un color celestino sbiadito che a suo parere era perfetta.
Adesso era arrivato il momento delle scarpe. Anche qui ne provò alcune paia. Ma nessuna di queste andava bene; proprio nessuna. Si sentiva molto puntiglioso in quel giorno. Prese una sedia e si sedette davanti allo specchio. Si accese una sigaretta e iniziò a fumarla ad una velocità incredibilmente lenta. Rimase a scrutare i suoi tratti somatici che mai prima d'ora gli erano parsi in quel modo. Il problema, pensò, era l'invecchiamento che incombeva su di lui. Era inevitabile. Non c'era scampo, i suoi lineamenti prima o poi si sarebbero ingrossati, sciupati e la pelle del suo collo si sarebbe raggrinzita.
Dopo qualche ora dinanzi allo specchio decise di scendere in strada. Ma era oramai passata la mezzanotte. Le strade deserte e buie a causa di un momentaneo black out non davano speranze di trovare adepti. Iniziò a camminare guardando le finestre dei palazzi. Alcune erano ancora illuminate. In una in particolare una madre sembrava stesse giocando con il suo bambino. Giocavano a rincorrersi. La mamma rideva, e che bel sorriso che aveva. Che bei capelli biondi. Quella finestra emanava un calore che lo attirava, come il miele con le api. Anche lui voleva essere là in quel momento. Voleva essere rincorso e giocare, e soprattutto voleva ridere. 
Dopo aver camminato a lungo, arrivò nei pressi della stazione. Sul binario un treno pareva fosse addormentato, con gli occhi chiusi. Il vento iniziava ad alzarsi folata dopo folata. Andò sotto la banchina dove c'era una panchina. Indugiò un po' a sedersi. Così dopo qualche minuto si sdraiò, gettando all'aria la sua agenda dove era appuntato il suo discorso. L'agenda cadde al centro del binario, rimando aperta, mentre il vento prese a sfogliarla con invadenza. Respirava, fissando in un punto imprecisato del cielo. Un cielo senza stelle.

 

Mario Stanislav

Ultima modifica ilLunedì, 05 Gennaio 2015 00:48
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