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Il disturbo d'accumulo

In evidenza Il disturbo d'accumulo

Conservare, accumulare e collezionare sono comportamenti largamente presenti non solo nella specie umana ma anche in quella animale; sul piano evoluzionistico questo può essere letto come un comportamento adattivo e finalizzato alla sopravvivenza nell'evenienza di scarsità delle risorse; nella specie umana questo è osservabile  anche nei confronti di oggetti non indispensabili o privi di utilità ma con un valore affettivo. E' esperienza comune per ognuno di noi interrogarci sulla possibilità di acquistare così come buttare o dar via oggetti non più utilizzati; questi dubbi possono variare da un estremo completamente adattivo ad un altro eccessivo oppure palesemente patologico. Nella letteratura specializzata già nel 1893 furono descritti comportamenti definiti di policollezionismo e policleptocollezionismo, entrambi caratterizzati da una raccolta ed un accumulo indiscriminato di oggetti di scarso valore, alcuni dei quali ottenuti a seguito di furti. Nel corso dei decenni queste tipologie di comportamenti disfunzionali sono stati poco studiati e considerati comportamenti secondari ad altre forme di disagio psicologico su tutti il disturbo ossessivo compulsivo. Successivamente i ricercatori hanno posto maggiore attenzione su questa problematica sostenendo che esso rappresenti una categoria specifica definendola disposofobia, dal greco paura di buttare. Il disturbo da accumulo patologico è definito sia dall'acquisizione e conservazione di un gran numero di oggetti apparentemente inutili o di scarso valore, sia dalla difficoltà ed il disagio di disfarsi dei propri oggetti; gli oggetti possono cambiare tra persone diverse così come presentarsi solo per alcuni oggetti e non per altri. Secondo alcuni studi epidemiologici si stima che tra il 2 ed i 5% della popolazione abbia un problema di accumulo con conseguente disagio che interferisce con la propria qualità di vita; altri ricercatori ritengono che la stima è sottodimensionata in quanto questi comportamenti tendono a non essere manifestati al di fuori delle mura domestiche; inoltre la disposofobia, come detto precedentemente, si manifesta anche in altre forme di disagio psicologico quali disturbo ossessivo compulsivo, depressione, fobia  sociale ed ansia generalizzata e sottovalutati dai clinici che se ne occupano. Al momento non sembrano esserci differenze di genere significative mentre chi ne è affetto presenta dei tratti di personalità simili ed alquanto stereotipati. Si presume che questi tratti di personalità rappresentino un fattore di rischio per lo sviluppo del disturbo in questione. Gli Psicologi che se ne occupano rilevano spesso come la differenza tra la patologia e la normalità sia alquanto sottile e questo rende ulteriormente complicato individuare la cause che inducono questi comportamenti. Al momento sono due le ipotesi maggiormente studiate: una si focalizza su dei deficit nella capacità di elaborare informazioni rendendo troppo difficile per la persona capire quali oggetti non acquisire oppure buttare; questa ipotesi è al momento suffragata da molte ricerche. Una seconda ipotesi si rifà al concetto di ansia da separazione che si manifesterebbe nel momento di decidere se buttare o meno un oggetto; per ridurre l'ansia la persona rinuncia a disfarsene: questa ipotesi non spiega in maniera esaustiva la tendenza all'acquisto di oggetti non necessari o completamente inutili. Le ricerche sono tutt'ora in corso e mirano a comprendere sia le cause ma anche i possibili rimedi per aiutare chi ne soffre; al momento pare che una combinazione di psicofarmaci e psicoterapia inducono dei miglioramenti nella sintomatologia e sulla qualità di vita delle persone affette. 

Dr Michele Passarella

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