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Michele Passarella

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Il Sé

Il Sé rappresenta un aspetto cardine della natura umana sulla quale la psicologia ha convogliato moltissime energie al fine di comprenderne la conformazione, lo sviluppo, le problematiche. Esso sinteticamente rappresenta il nucleo della coscienza auto riflessiva, la totalità delle istanze psichiche relative alla persona in contrapposizione alle relazioni con gli altri e che mantiene una continuità nel tempo nonostante i cambiamenti somatici che caratterizzano l'esistenza umana. Ognuno di noi ha un'immagine di Sé che lo guida nel rapporto con se stesso e nelle relazioni interpersonali; molte persone nella loro quotidianità si pongono domande in merito il proprio Sé e come esso lo guida nella propria esperienza giungendo a trarre conclusioni più o meno accurate che a loro volta aggiungeranno elementi conoscitivi. Il problema nasce nel momento in cui si decide di studiare in termini scientifici questa istanza psichica. Studiare il Sé chiama in causa quello che viene definito il circolo epistemologico della mente, ovvero che il sapere parte dalla mente e torna alla mente stessa. Per quanto questa considerazione sia intrisa di interesse e forse anche fascino, mette in evidenza la difficoltà di porsi in maniera quanto più oggettiva possibile rendendo appunto difficile la ricerca in termini scientifici. I primi studi furono avviati già negli anni 80 del diciannovesimo secolo dal noto Psicologo William James i cui studi furono condotti esclusivamente attraverso l'introspezione, metodo sottoposto ripetutamente a critiche appunto per la scarsa attendibilità nelle conclusioni. Successivamente queste ricerche sono state al centro della storica diatriba tra natura-cultura che ha permeato anche la Psicologia e mai definitivamente risolta in termini scientifici. Alcuni noti ricercatori sostengono che non esista qualcosa di definibile come Sé portando a sostegno alcuni studi sulla personalità. A questi si sono contrapposti altri psicologi che attraverso lo studio dei processi di sviluppo psichico sottolineano come già tra i due ed i sei mesi di vita il neonato metta in evidenza il saper  distinguere la rappresentazione del proprio mondo interno con quello esterno e ciò sarebbe possibile solo, appunto, con l'esistenza di una coscienza auto riflessiva. Lo sviluppo del Sé si osserva nel corso della prima infanzia ed è il risultato di un complesso intreccio di esperienze soggettive e sviluppo fisico; esso si mantiene stabile ma è comunque soggetto a cambiamenti dovuti all'età anagrafica ed alle esperienze attraverso un rapporto circolare tra informazioni già in possesso e quelle che vengono acquisiste nel corso del ciclo vitale.  Per quanto la ricerca si evolva e gli strumenti siano sempre più raffinati, lo studio di questo aspetto cardine della mente umana è ancora lontano dall'avere delle nozioni definitive ed accettate da tutti e questo rappresenta sia uno stimolo sia un ulteriore motivo per la quale esso risulta essere il centro di interesse della ricerca e del sapere in psicologia. Il Sé ha stimolato l'interesse anche della psicoterapia portando un altro noto psicologo, Rollo May, a ritenere il compito della psicoterapia quello della ricerca e della conoscenza del vero Sé. In qualsiasi modo si intenda la psicoterapia ed i termini utilizzati per parlare  della conoscenza di se stessi, il divario che si verifica tra ciò che una persona è e quello che desidera essere rappresenta un aspetto tipico dell'intervento psicoterapeutico e tutti gli psicoterapeuti sono chiamati in causa nello studio del Sé e negli altri conflitti che inevitabilmente esso genera nel corso della nostra esperienza di vita. 

Dr Michele Passarella

La narrazione di Sé

"La vita è un racconto: non importa che sia lungo ma che sia ben narrato" è un'idea  sostenuta da Seneca circa 2000 anni fa. Le Scienze Umane  ed in particolare la Psicologia hanno da tempo riconosciuto che i processi di costruzione di significato sono da collocare al centro dell'individualità della persona; la nostra personalità, le nostre relazioni, le nostre esperienze e tutto ciò che ci succede quotidianamente si organizza spontaneamente all'interno di trame narrative che si snodano cronologicamente attraverso lo svolgersi più o meno strutturato di mutamenti e trasformazioni spinti da pensieri, emozioni e comportamenti. Sempre più Psicologi sostengono che la nostra identità è un processo di costruzione attuato tramite le narrazioni; non solo, l'organizzazione mentale di una biografia personale intrecciata adeguatamente alle storie di vite altrui contribuisce in maniera determinante a dare un senso alle proprie esperienze ed anche alla propria esistenza. La ricerca in Psicologia ha evidenziato inoltre che anche i processi di memoria sono influenzati dalla funzione narrativa in modo particolare, ovviamente, la memoria episodica maggiormente implicata negli eventi biografici. Narrare rappresenta l'unico modo che abbiamo per far conoscere un evento accadutoci ed in generale la nostra storia personale. Oltre a ciò essa serve per organizzare e dare una coerenza mentale alle situazioni nella quale siamo coinvolti e quando la funzione narrativa si interrompe, per motivi svariati, solitamente la nostra mente tende a costruire elementi coerenti con le conoscenze pregresse al fine di mantenere integra la funzione narrativa anche se i contenuti espressi non sono veritieri; in riferimento a quest'ultimo dato alcuni parlano di istinto alla narrazione anche se a riguardo non vi sono ancora supporti scientifici di rilievo. La narrazione di sé può avvenire in forma scritta o orale; la seconda in particolare però affinché abbia senso, prevede la presenza di un uditore che possa accogliere il racconto e dimostrare di averlo compreso. La narrazione di sé rappresenta inoltre un aspetto cardine di tutti gli interventi psicologici ed in particolare la Psicoterapia; molte ricerche in merito suggeriscono il ruolo terapeutico della narrazione anche se bisogna sottolineare come questo dato in realtà rischia di essere letto in maniera alquanto riduttivo nel momento in cui si sostiene, come alcuni asseriscono, che la narrazione di sé possa da sola fungere da cura per i propri disagi emotivi.

Dr Michele Passarella

Psicologia ed organizzazioni lavorative

Fin dalle sue origini la Psicologia ha preso in considerazione molti problemi legati al mondo del lavoro ponendo attenzione sia alle diverse condotte lavorative sia ai processi psicologici e psicosociali che le sottendono. Anche se l'interesse scientifico per questi aspetti sono relativamente recenti, sull'argomento si possono rintracciare riferimenti disseminati in molti trattati anche lontani nel tempo. Fu solo nel 20° secolo però che apparvero i primi tentativi sistematici di applicare le conoscenze della Psicologia ai problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Gli Psicologi operanti in quella che fu definita "Psicotecnica" si interessarono all'adattamento delle persone all'ambiente fisico ed al regime di vita del lavoro, alla formazione, allo studio delle abitudini e delle caratteristiche individuali nonché alla motivazione personale ed alla resistenza alla fatica. Queste nuove conoscenze furono applicate dall'esercito statunitense nella selezione dei militari durante la Prima guerra mondiale nel tentativo di assegnare ad ogni soldato i compiti per la quale erano meglio predisposti oppure motivati; tale approccio fu presto seguito da altri eserciti europei. Al termine della Grande guerra anche in Italia si sviluppò molto interesse in merito ed uno dei pionieri della Psicotecnica fu il noto frate Agostino Gemelli mentre nel secondo dopo guerra molte industrie si munirono di un centro di Psicologia. A seguito di questa esperienza si diffuse l'immagine dello Psicologo del lavoro come esperto della selezione del personale e si avviarono numerosissime ricerche al fine di individuare la miglior strategia nella gestione delle risorse umane suscitando sia forte interesse che accese critiche sopratutto di natura politica ed ideologica. Questo tipo di lavoro successivamente si è sviluppato in maniera più scientifica dando vita ad una riflessione sul tema più ampio dell'orientamento professionale, ovvero quel settore mirante a comprendere la costruzione di un percorso professionale utilizzando informazioni sulla persona, sulle proprie caratteristiche, attitudini, interessi, sui propri punti deboli, sulle competenze e sulle ambizioni della persona stessa. Sulla base di queste conoscenze gli Psicologi cercano di fornire un contributo al mondo del lavoro  nel tentativo di indirizzare le persone verso lavori, mansioni o compiti maggiormente graditi o consoni alle proprie caratteristiche, approfondendo inoltre la relazione tra la persona ed il suo ambiente lavorativo (ergonomia psicologica), studiando la sicurezza degli ambienti e cercando di contribuire a ridurre gli infortuni. Oltre a questo, al fine di rendere l'esperienza lavorativa meno stressante possibile, negli ultimi anni si stanno dedicando molte risorse allo studio dello stress lavorativo e delle patologie correlate, al fenomeno del burnout e del mobbing. Gli strumenti utilizzati a tal fine sono quelli tipici della Psicologia quali colloqui individuali, colloqui di gruppo, analisi dell'ambiente socio lavorativo, role playing e simulazioni, test psicologici, l'analisi della mansioni, stesura di profili di personalità. 

Dr Michele Passarella

Affezione da Alzheimer

Il termine demenza deriva dal latino e letteralmente significa "essere privato della propria mente"; questo termine è stato introdotto in medicina già nel 20 d.C. indicando genericamente le condizioni di alterazione dell'intelligenza e del comportamento ma ben presto assunse un significato molto generico utilizzato indistintamente sia nel gergo comune che in quello dei medici. Oggi con il termine demenza si indica il declino globale delle capacità cognitive osservabile in persone vigili ed il cui stato di coscienza non è alterato. Essa è caratterizzata dalla presenza di un deficit della memoria sia a breve termine che a lungo termine associata alla perdita di altri processi cognitivi tra i quali il linguaggio, il ragionamento astratto, capacità di calcolo, di coordinamento dei movimenti nonché di riconoscimento di oggetti e persone. Nelle fasi avanzate della malattia essa rende le persone incapaci di svolgere le funzioni quotidiane autonomamente, comportare modifiche alla personalità e condotte aggressive anche in coloro che mai ne avevamo manifestate in precedenza. In linea di massima vengono distinte le demenze in varie forme: primarie (o degenerative) tra i quali sono compresi il morbo di Parkinson ed il morbo di Alzheimer, che si caratterizzano per il deterioramento delle facoltà cognitive a seguito di malattie del sistema nervoso centrale; le demenze secondarie, non sempre facilmente distinguibili da quelle primarie,  che insorgono a seguito di malattie quali tumori, traumi cranici, disturbi endocrini ecc; le demenze vascolari che insorgono a seguito a danni cerebrali di natura ischemica o ipossica. La malattia di Alzheimer fu descritta per la prima volta nel 1907 dal medico tedesco Alois Alzheimer durante un convegno scientifico; per la prima volta veniva delineata una malattia caratterizzata da complessità clinica con l'interfaccia di sintomi psichiatrici, comportamentali, neurologici ed internistici con alterazioni anatomici e istologici peculiari. Questa forma di demenza è la più diffusa nella popolazione anziana costituendo circa il 55% dei casi di deterioramento mentale ad esordio tardivo; nel mondo si stimano circa 80000 nuovi casi all'anno con un possibile aumento esponenziale nei prossimi anni. Sono state fatte numerose ipotesi sulle possibili cause che la determina: traumi cranici, accumulo di metalli nel cervello, infezioni virali, difetti immunologici o fattori genetici; in merito sono in corso molteplici ricerche al fine di avere un quadro eziologico e l'individuazione delle cause in maniera più precisa e scientificamente valida. La malattia è cronica e degenerativa caratterizzata dalla progressiva ed inarrestabile morte cellulare dei neuroni appartenenti alle aree associative della corteccia cerebrale. La malattia segue un percorso abbastanza lineare nella quale vi si può individuare una fase pre-morbosa nella quale la malattia esordisce senza però dare segni visibili; questa fase si stima può durare anche 10 anni: dopo la fase pre-morbosa si osservano i primi segnali solitamente a carico del sistema cognitivo ed in particolare nella memoria e nelle capacità di orientamento spazio-temporale. A questi si aggiungono i disturbi comportamentali quali insonnia, agitazione e bizzarrie alla quale segue presto la perdita di autonomia fino all'allettamento totale inducendo, mediamente 10 anni dopo l'insorgenza dei primi sintomi, la morte della persona: tra fase pre-morbosa e malattia conclamata la durata media della patologia dunque è di 20 anni. La malattia in questione rappresenta, oltre che una emergenza socio-sanitaria, un dramma per la persona colpita il quale, durante le fasi di esordio dei sintomi, solitamente prende  atto dei deficit e delle dimenticanze. Nelle fasi più avanzate della malattie viene meno la consapevolezza di malattia fino ad un graduale ritiro sociale e della percezione della realtà. Il dramma è condiviso dalla famiglia delle persone affette sia per via dello stress causato dalla gestione di una persona i cui comportamenti non sono prevedibili e spesso incomprensibili, sia per le reazioni emotive causate dal dover assistere al cambiamento di personalità, al decadimento mentale e fisico di una persona cara: una delle situazioni più dolorose alla quale un familiare deve far fronte è quella del mancato riconoscimento di se. A seguito di svariate ricerche, molti Psicologi affermano che il carico di stress e di sofferenza emotiva di una persona che assiste un familiare affetto dal morbo di Alzheimer (anche a causa della durata media della malattia) è superiore a quella causata dall'assistenza di persone affette da altre patologie, comprese quelle oncologiche. La demenza da Alzheimer è dunque una patologia che colpisce una intera famiglia ed i programmi assistenziali dovrebbero, ove non ancora previsto, offrire interventi di assistenza e sostegno non solo al malato ma anche alla famiglia ed in particolare al cosi detto caregiver.

Dr Michele Passarella

Violenza psicologica ed ambienti di lavoro

Il lavoro rappresenta un ambito di rilievo nella vita quotidiana ed esso può essere causa di grande soddisfazione sia in termini di carriera ma anche come strumento per raggiungere obiettivi desiderati e fonte di realizzazione personale. Ovviamente se per molti questo è vero per altre persone esso rappresenta invece fonte di frustrazione, delusione, stress e disagi sia fisici che psicologici; inoltre lo stress che può derivare dal lavoro in se o dalle relazioni ad esso correlato possono essere motivo di insoddisfazione, desiderio di cambiare ambiente fino a vere e proprie sindromi patologiche. Di grande rilievo assume il fenomeno del mobbing che, a differenze di sgradevoli ma comuni conflitti con colleghi, si rivela essere una forma di violenza psicologica a tutti gli effetti con conseguenze gravi per chi la subisce. Per mobbing si intende una pratica vessatoria, persecutoria o più in generale violenza psicologica perpetrata da un datore di lavoro o da colleghi nei confronti di un lavoratore per costringerlo alle dimissioni o comunque ad allontanarsi dall'ambito lavorativo per ragioni di concorrenza, gelosia, antipatia, invidia o altre motivazioni non inerenti la condotta professionale. Questo tipo di comportamento è alquanto radicato nel tempo anche se solo negli ultimi anni si è focalizzata l'attenzione su di esso; inoltre comportamenti simili sono stati registrati anche in natura in alcuni studi etologici. Questa forma di violenza si distingue dal bullismo, presente prevalentemente in ambienti scolastici, poiché raramente colui che lo subisce, mobbizzato, vede lesa la propria incolumità fisica per subire invece forme di violenze più sofisticate ma sopratutto più subdole spesso non visibili. Si tende a distinguere il mobbing in diverse forme: quello verticale, quando il mobber è un superiore; quello orizzontale, quando gli attori sono sullo stesso piano gerarchico (o quando il mobber è un sottoposto); quello collettivo quando esso viene messo in atto dal gruppo. Sempre sul piano delle definizioni alcuni esperti tendono a distinguere il mobbing emozionale da quello strategico: il primo ha come motivazione aspetti legati a motivazioni personali quali invidie, cattivi rapporti mentre il secondo ha dei fini più strettamente lavorativi e finalizzati alla dimissione del lavoratore considerato per svariate ragioni indesiderato. Trattandosi di una forma di violenza con risvolti legali, affinché si possa parlare di mobbing è necessario che i comportamenti lesivi oltre che compiuti sul posto di lavoro debbano essere caratterizzati da una frequenza non casuale, durare per almeno sei mesi, seguire una pianificazione ed avere un intento persecutorio esplicito. Molti ricercatori hanno elaborato delle fasi del mobbing; nonostante le differenze tutti i modelli fanno riferimento a comportamenti rilevati anche dalla Cassazione in ambito giuridico quali calunnie, marginalizzazioni, esclusione da incarichi oppure affidamento di incarichi per la quale il lavoratore non è qualificato, pressioni, offese; l'elenco non è esaustivo. Gli studi non evidenziano differenze significative di genere ne tra i mobber ne tra i mobbizzati; anche lo status sociale ed economico non sembra al momento un fattore rilevante. Le conseguenze del mobbing ricadono quasi esclusivamente sulla persona che subisce (in parte anche l'azienda ne paga dei costi in termini economici) che facilmente incorre in problemi di salute, sia fisica che psicologica, problemi economici ed anche relazionale. Come tutte le persone vittime di violenza, la persona mobbizzata può vedere modificare la propria immagine e la valutazione che ha di sé; può quindi sviluppare sindromi ansiose e o depressive la quale necessitano di interventi specialistici. In Psicologia è sempre più sviluppato l'interesse per la personalità della vittima di mobbing focalizzando l'attenzione su alcuni aspetti controversi. Infatti non sono rari i casi di persone vittime di mobbing che avevano già in passato subito atti di bullismo; se ad una lettura banale e superficiale questo dato potrebbe far propendere per qualche fantomatica colpa della vittima, in realtà, nel caso il collegamento fosse confermato, questo fornirebbe delle indicazioni molto significative agli Psicologi che svolgono ricerche in merito la personalità ed il suo percorso evolutivo.

Dr Michele Passarella

Ipotesi e meccanismi motivazionali

Ognuno di noi quotidianamente è alle prese con un gran numero di stimoli provenienti dalla realtà circostante e dunque necessitiamo di esplorare e conoscere l'ambiente nella quale siamo immersi; questo comportamento ha come finalità sia quella di padroneggiare l'ambiente sia di poter agire ed interagire in maniera costruttiva con esso. Formulare ipotesi non è una attività esclusiva dei ricercatori nei laboratori ma un'attività che vede coinvolti ognuno di noi: immersi in un mondo di relazioni sociali le domande sul contesto nella quale agiamo assumono una notevole importanza. Continuamente infatti ci domandiamo se possiamo fidarci della persona con la quale stiamo parlando, sull'onestà dell'amico, sul motivo per la quale abbiamo fallito o conseguito un successo e di conseguenza formuliamo ipotesi mediante la quale cerchiamo sia di fornire una risposta a queste domande sia per elaborare strategie per raggiungere i nostri scopi. Ipotesi è un termine che deriva dal greco antico ed indica una spiegazione proposta per un dato fenomeno: essa è un'idea provvisoria il cui valore deve essere accertato e richiede dunque uno sforzo per confermarla o negarla. La nostra mente genera le ipotesi in maniera spontanea; generiamo ipotesi partendo dalle nostre conoscenze cercando di applicarle, mediante un processo di natura deduttiva, alla situazione nella quale ci troviamo. Una volta formulata essa può essere soggetta ad un processo interpretativo: partendo da una ipotesi preliminare di senso si procede alla valutazione delle informazioni a disposizioni; se essa viene confermata allora ne esce rafforzata mentre se si dimostra incompatibile con le prove la si sostituisce con una più adeguata: questo processo circolare è noto come processo ermeneutico. Se questo processo ermeneutico avviene sempre in maniera corretta, la verifica delle ipotesi però può essere effettuata in maniera meno efficace ed attendibile. Gli Psicologi che hanno studiato questo fenomeno hanno constatato come molti di noi verifichino le ipotesi in maniera semplicistica concentrandosi sull'ipotesi focale ed ignorando possibili spiegazioni alternative mediante l'utilizzo di euristiche. Questa modalità di funzionamento mentale, messa in atto in maniera automatica, ha dei vantaggi in termini di risorse cognitive risparmiate ma si rivela molto poco attendibile nelle conclusioni. Altro meccanismo psicologico riscontrato dai ricercatori è la tendenza a trovare prove che confermino l'ipotesi di partenza e la focalizzazione esclusiva su di esse; in pratica selezioniamo le informazioni con lo scopo principale di confermare la propria posizione di partenza. Questo meccanismo mentale è strettamente correlato alla motivazione individuale: un esempio molto semplice potrebbe essere quello di un genitore convinto dell'innocenza del figlio accusato di qualche reato: questi si concentrerà prevalentemente sulla selezione e verifica di quelle informazioni che sostengono e confermano l'innocenza del figlio, ignorando in maniera genuina e priva di malafede tutte quelle contrarie alla loro posizione di partenza. Questi meccanismi sono inoltre presenti quando vediamo messi in discussione tutti quegli aspetti legati alla nostra identità e che ci rappresentano in maniera particolare: mettendo in atto il processo confirmatorio delle nostre ipotesi di partenza, tendiamo a dare per vere tutte le informazioni che le confermano e false quelle che le contraddicono.

Dr Michele Passarella

Psicologia della menzogna

Secondo lo scrittore Mark Twain tutti mentono, ogni giorno ed ad ogni ora, da svegli o da addormentati, nella gioia e nel dolore ed a suo giudizio la menzogna è essenziale per la condizione umana. La menzogna è un filo conduttore che attraversa tutta la storia del genere umano; nella letteratura sono molti gli esempi di protagonisti che hanno usufruito della menzogna per trarne un vantaggio: l'esempio più celebre è quello di Ulisse che con un inganno trova il mezzo per mettere fine ad una guerra ormai decennale. Ovviamente questo è solo un esempio letterario ma menzogna ed inganno sono due dimensioni alquanto pervasive della nostra specie e non solo. Nell'infanzia dire bugie è molto frequente, soprattutto nell'età prescolare o nello stadio pre-operatorio di Piaget in cui il bambino scopre di poter alterare arbitrariamente la realtà o per lo meno non raccontarla per intero; diverse ipotesi sono state avanzate per spiegare questa condotta: alcune si rifanno all'idea del pensiero onnipotente dell'infanzia secondo la quale mentire consente di sperimentare una sensazione di potere alimentando il proprio tratto di personalità narcisistico. Altre ipotesi chiamano in causa il desiderio del bambino di emanciparsi dai genitori avendo propri pensieri da nascondere. Se si escludono condizioni patologiche quali la mitomania o la confabulazione, in linea di massima si mente per evitarsi un problema o per trarre un vantaggio. Agli occhi degli Psicologi appare però evidente che la menzogna non è una condotta appannaggio esclusivo della specie umana anche se è ancora aperto il dibattito sull'intenzionalità da parte di un animale di ingannare. Konrad Lorenz, pioniere dell'Etologia, descriveva il comportamento della sua cagnolina Stasi, la quale zoppicava quando il tragitto della loro passeggiata non le era gradito; lo studioso riteneva questo comportamento intenzionale e volto ad ingannare il suo padrone. A parte questo esempio forse un po romanzato, la capacità di simulare e mentire è una caratteristica essenziale di molte specie animali. A livello didattico se  ne distinguono diverse categorie: la prima, alquanto elementare presente anche a livello vegetale, è quella del mimetismo finalizzato a nascondersi oppure quei comportamenti finalizzati ad appare più grandi del proprio aspetto per scoraggiare eventuali predatori; vi sono poi comportamenti più evoluti come quelli messi in atto per attirare l'attenzione di alcuni predatori ed allontanarli dalle tane dei cuccioli oppure fingersi morti per catturare animali che si cibano di carogne; ad un grado superiore poi troviamo quei comportamenti ingannevoli messi in atto generalmente da animali domestici e legati all'apprendimento per indurre i propri padroni ad elargire cibo. Ultimo grado di complessità troviamo la menzogna deliberata, esclusiva della nostra specie e di altri primati; essa viene pianificata in maniera cosciente con l'intento descritto prima di ottenere un vantaggio o per evitare un danno. In ottica evoluzionista questo comportamento può essere considerato a tutti gli effetti una strategia di sopravvivenza e di conservazione della specie; da alcune ricerche effettuate emerge che coloro che tendono a ricorrere con frequenza alla menzogna, hanno una maggiore facilità di trovare lavoro e di attirare membri del sesso opposto. Secondo altre ricerche il ricorso alla menzogna aumenta in funzione del volume neo-corticale: i membri della specie con cervelli più voluminosi sono più inclini ad ingannarsi a vicenda. In considerazione che gli esseri umani hanno l'indice di encefalizzazione (rapporto tra il volume dell'encefalo e peso corporeo) di circa nove volte superiore agli altri mammiferi si evince dunque come essa sia molto più frequente nella nostra specie ma si ipotizza anche che questo sia il motivo principale per la quale gli esseri umani hanno una fortissima inclinazione anche ad ingannarsi da soli tramite l'autoinganno.

Dr Michele Passarella

Il disturbo bipolare

Ogni persona, durante il corso di una giornata o nella normalità della propria esistenza, sperimenta sia variazioni del tono dell'umore che cambiamenti nell'equilibrio dell'espressione delle proprie emozioni e degli stati emotivi che identificano la personale capacità e modalità di pensare, comunicare e di agire nel mondo: l'umore rappresenta quindi l'insieme delle caratteristiche affettive che condizionano e definiscono la nostra esistenza. Il tono dell'umore può essere metaforicamente collocato su un asse nella quale posizionare lo stato umorale  verso un polo depresso oppure espanso con tutte le variazioni intermedie possibili. Come già detto, tristezza ed euforia, più o meno marcati a seconda del momento, rappresentano due aspetti tipici del nostro vivere quotidiano e sono solitamente la conseguenza di eventi che si susseguono nel corso della propria esperienza. Quando il tono dell'umore si manifesta in maniera marcata e tendenzialmente stabile verso uno dei due poli e non causati da un evento specifico si parla di disturbo dell'umore. Tra i disturbi dell'umore più diffusi vi è sicuramente il disturbo bipolare: come si evince dal nome stesso questo disturbo è caratterizzato dall'alternanza di momenti di euforia ed eccitamento a quello di depressione: l'alternanza di questi episodi è mutevole, ciascuno può durare un tempo variabile tra giorni o mesi; in alcuni casi le persone affette da questo disagio non sperimentano mai dei veri e propri viraggi umorali ma vivono entrambe le condizioni contemporaneamente. In passato le persone che manifestavano queste alternanze di umore spesso venivano considerati posseduti da demoni o altre entità metafisiche soprattutto a causa delle manifestazioni della fase maniacale la quale induce nella persona eccitazione, allegria irrefrenabile e spesso immotivata, comportamenti particolarmente seduttivi e tendenza alla promiscuità sessuale, incapacità di pianificare e gestire le proprie finanze con conseguenze disastrose sul piano economico, ridotto bisogno di sonno e di cibo, eloquio sconnesso ed eccessivamente fluente. Successivamente, con il progresso della medicina, queste manifestazioni sono state considerate come i sintomi di un disturbo mentale alla quale fu dato il nome di psicosi maniaco-depressiva per poi essere successivamente denominato appunto disturbo bipolare. Gli studi epidemiologici hanno messo in evidenza che questo disturbo è diffuso in tutte le culture e le etnie con caratteristiche invariabili; l'età di insorgenza è intorno ai 21 anni mentre si stima che la popolazione affetta a livello mondiale sia del 5,5%. Il disturbo è cronico e risulta invalidante se non trattato adeguatamente. Sulle cause gli studi sono ancora in corso ma si ipotizza che, nonostante non sia stato ancora individuato un gene specifico, esso abbia una componente biologica ed ereditaria; alla vulnerabilità biologica si sovrappongono frequentemente degli eventi stressanti che il più delle volte rappresentano il fattore scatenante. Le ricerche evidenziano inoltre che tra le persone affette dal disturbo bipolare vi è una percentuale molto alta di suicidi e tentati suicidi. Anche in virtù di questo aspetto si rivela di estrema importanza un intervento adeguato al fine di garantire il trattamento sintomatologico e la qualità di vita. Gli interventi psicofarmacologici sono il principale strumento di intervento alla quale risulta opportuno affiancare una psicoterapia mirata principalmente a favorire il processo di accettazione della propria condizione psichica, condizione indispensabile per seguire un trattamento farmacologico, ed anche per riuscire a convogliare le energie fisiche e psichiche verso obiettivi ritenuti prioritari dalla persona affetta. Agli interventi individuali sulla persona si aggiungono, dove vi sono le condizioni per attuarli, interventi di supporto ai familiari (famiglie singole oppure gruppi di famiglie) mirati a gestire lo stress alla quale sono sottoposti ma anche a sviluppare competenze emotive  e capacità gestionali finalizzate a prevenire una crisi oppure un tentativo di suicidio.

Dr Michele Passarella

La collera

La collera rappresenta una condizione emotiva alquanto diffusa nonostante sia generalmente sottovalutata, spesso fraintesa, sia a livello istituzionale che da parte di molti psicoterapeuti. Innanzitutto va fatta una precisazione linguistica: è piuttosto diffuso utilizzare il termine rabbia per indicare uno stato emotivo caratterizzato da una crescente eccitazione che si manifesta a livello verbale, meta-verbale o motorio che può culminare in comportamenti aggressivi nei confronti di oggetti, altre persone o verso se stessi. Per quanto diffuso, tecnicamente si tratta di un errore poiché il termine rabbia è un termine medico per indicare una malattia infettiva nota anche come idrofobia; l'espressione  corretta è appunto collera oppure ira. Al di la delle precisazione linguistiche, come detto prima la collera è una emozione con forti implicazioni sociali: secondo i dati ufficiali ogni anno in Italia avvengono circa 3000 omicidi ed oltre 3000 reati di violenza; se è assolutamente improprio considerare questi comportamenti conseguenza solo di emozioni disfunzionali quali appunto la collera, appare ugualmente riduttivo ignorare l'impatto delle emozioni disfunzionali su questi comportamenti distruttivi. Possiamo inoltre ricordare l'affermazione di un noto medico che ebbe a dire di aver visto più vittime causate da litigi e risse che suicidi e tentati suicidi causati dalla depressione. Oltre ad avere un impatto sociale la collera ha anche un impatto sul piano individuale: molti Psicologi hanno studiato la correlazione tra disturbi cardiaci e struttura di personalità individuando una correlazione appunto tra cardiopatie, ipertensione  ed emozioni quali la collera; quest'ultima inoltre pare essere correlata all'aumento abnorme dei livelli di colesterolo i quali si accumulerebbero nelle micro lesioni arteriose causate dagli eccessi di ira. Come sappiamo bene, la collera mina anche i rapporti interpersonali, sopratutto quelli affettivi nonché spesso è causa di problemi al lavoro compreso il licenziamento. Essa è una emozione universale sperimentata da tutti in determinate circostanze; sul piano evoluzionistico si ritiene sia una reazione per far fronte a pericoli e sopratutto a difendersi dinnanzi ad aggressioni; sul piano cognitivo è causata dalla valutazione degli eventi effettuata ed in particolare quando si ritiene sia violato un diritto proprio od altrui oppure una regola esplicita o implicita finalizzata alla convivenza. Per quanto sia una reazione universale, rappresenta un pericolo per se stessi e per gli altri nel momento in cui l'emozione viene sperimentata con eccessiva frequenza oppure con eccessiva intensità: in Psicologia sono stati elaborati dei programmi di gestione dell'ira alcuni dei quali risultano alquanto efficaci. Anche se questo è incoraggiante bisogna sottolineare che gli eccessi di ira sono spesso correlati a tratti di personalità ed in considerazione delle conseguenze deleterie sulla salute, per coloro che soffrono di eccessi di collera appare opportuno intraprendere una psicoterapia al fine non di gestire l'emozione ma di modificare i proprio tratti di personalità che ne sono la causa.

Dr. Michele Passarella

Lo stress

In Psicologia con il termine Stress si indica una reazione emozionale intensa attivata da una serie di stimoli esterni che mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva. Il termine stress, mutuato dalla Meccanica, è stato introdotto in biologia negli anni '30 ma solo negli anni '70 si è avviato un processo di concettualizzazione e di ricerca scientifica sia in Medicina che in Psicologia. Tecnicamente un processo stressogeno viene diviso in tre fasi distinte: la fase di allarme nella quale la persona percepisce un esubero di richieste ambientali e di conseguenza avvia la messa in moto di risorse per affrontarle; la fase di resistenza nella quale la persona stabilizza le sue condizioni e si adatta alla nuova situazione; la fase di esaurimento nella quale si registra la caduta delle risorse e delle difese rendendo la persona vulnerabile e predisponendola verso lo sviluppo di sintomi sia fisici che psichici. Un evento stressante può essere acuto oppure cronico; lo stress cronico può a sua volta essere distinto in fasi intermittenti o costanti; quest'ultima è la condizione che maggiormente implica risposte psicologiche e fisiologiche che protraendosi nel tempo possono nuocere alla salute; sappiamo infatti che molte condizioni cliniche  come alopecia, sindrome del burnout, eczemi, gastralgia, emicranee ed altre sindromi, sono strettamente correlate alla risposta ormonale e psicologica agli stimoli stressogeni. Ognuno di noi sa per esperienza personale che lo stress è assolutamente inevitabile motivo per la quale esso non può essere considerato una condizione patologica, eccezion fatta appunto per le sindromi appena citate la quale necessitano di trattamenti medici o psicoterapeutici appropriati. Di conseguenza molti Psicologi sono attivamente impegnati in programmi finalizzati alla gestione dello stress ed alla prevenzione di malattie ad esso correlato. Alcuni eminenti ricercatori affermano che il principale modello di  "stress management" si avvale di tre componenti: la verbalizzazione degli stati emotivi, tecniche di rilassamento e programmi di problem solving. Gli interventi di stress management, pur condividendone alcuni aspetti, non sono degli interventi psicoterapeutici poiché finalizzati appunto alla gestione di situazioni difficili ed alla prevenzione delle suddette complicazioni. In merito, pur non essendoci dati certi,  si ipotizza che un intervento psicologico atto a gestire le situazioni stressanti oltre a comportare conseguenze positive per il singolo individuo, potrebbe comportare anche un beneficio in termini di riduzione dei costi della spesa pubblica evitando assenze sul lavoro nonché accertamenti e procedure mediche.

Dr Michele Passarella

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