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Lavoro e ripresa,il 70% non ci crede. E senza posto fisso il futuro è un rebus

 
 

Lavoro e ripresa,il 70% non ci crede. E senza posto fisso il futuro è un rebus

Per gli italiani è ancora giusto ricordare il Primo maggio, ma per la stragrande maggioranza è in aumento solo il precariato. Per il 40% è presto per vedere i risultati del Jobs Act, solo l’8% crede abbia funzionato

 
Il Primo Maggio si celebra la Festa del lavoro. E dei lavoratori. Ma i lavoratori - e, in generale, gli italiani - non sembrano trovare grandi motivi per festeggiare. O meglio, vorrebbero. Secondo il sondaggio condotto dall'Osservatorio di Demos-Coop negli ultimi giorni, quasi 7 persone su 10 (nel campione intervistato) ritengono che abbia senso celebrare questa giornata. Ma, in effetti, questo sentimento sembra suggerito da nostalgia più che da speranza.

Contrariamente alle indicazioni fornite dalle statistiche dell'Istat e rilanciate dal premier Renzi, una larga maggioranza della popolazione (intervistata) non crede alla ripresa. Oltre 7 persone su 10 pensano che non sia vero. Che l'occupazione non sia ripartita. Solo l'8%, invece, ritiene che il Jobs Act abbia funzionato. Mentre, secondo la maggioranza (40%), è ancora presto per vederne i risultati. Ma oltre 3 persone su 10 sono convinte che abbia perfino "peggiorato la situazione". Le uniche "forme" di impiego effettivamente aumentate sarebbero, infatti, quelle "informali". Il lavoro nero e quello precario. Così, infatti, la pensa circa il 70% degli italiani (intervistati da Demos-Coop). I quali non vedono grandi cambiamenti nel futuro. Poco più di 2 persone su 10 (per la precisione: il 23%), infatti, contano che la loro situazione lavorativa possa migliorare, nei prossimi anni. Solo cinque anni fa questa sorta di "speranza di vita" - lavorativa - era coltivata da una componente molto più estesa: il 36%.
È un segno evidente dell'incertezza che agita la nostra società, il nostro tempo. Non solo nel lavoro. Due italiani su tre, infatti, ritengono inutile, oggi, affrontare progetti impegnativi, perché il futuro è troppo incerto e rischioso. Così, meglio concentrarsi sul presente. Cercando stabilità. Radicamento. Per questo, il lavoro preferito è il "posto pubblico". Celebrato, con ironia e realismo, da Checco Zalone, nel suo ultimo film (di grande successo) intitolato "Quo vado?". "Posto pubblico", infatti, nel linguaggio e nel discorso corrente, coincide con "posto fisso". Solo alcuni anni fa, invece, l'occupazione preferita era il lavoro autonomo, da libero professionista. Oggi non più. O meglio, non si vede "un" lavoro preferito. Impiego pubblico, lavoro autonomo e da libero professionista, nel sondaggio di Demos-Coop sono guardati con interesse, ciascuno, da circa il 20% degli intervistati. Con una preferenza per l'attività professionale fra i giovanissimi (15-24 anni) e per l'impiego pubblico fra le persone adulte, ma anche fra i "giovani adulti" (25-34 anni).

C'è, dunque, un'evidente tensione fra domanda di stabilità e di autorealizzazione professionale. La domanda di stabilità appare chiara nel riferimento alla famiglia, come principale istituto di tutela. La famiglia. Assai più del sindacato e delle associazioni di categoria. Ma anche dello Stato e degli enti locali. La famiglia. È vista come difesa e sostegno: per chi ha un lavoro, stabile oppure atipico. Ma anche come un faro, per chi naviga nel mercato del lavoro, senza aver trovato una direzione definita e definitiva. In particolare, per i giovani e i giovanissimi. Le componenti maggiormente interessate - e penalizzate - dall'occupazione precaria. E, soprattutto, dalla disoccupazione. I giovani e i giovanissimi, infatti, sembrano destinati, a una posizione sociale peggiore rispetto ai loro genitori. Così la pensano, almeno, i due terzi degli italiani (intervistati da Demos-Coop). E il 73% della popolazione ritiene che i giovani, per fare carriera se ne debbano andare all'estero. Un'opinione diffusa da tempo, ma mai come oggi, se cinque anni fa, nel 2011, era condivisa dal 56%. Dunque, la maggioranza degli italiani, Eppure: 17 punti meno di oggi. I giovani e i giovanissimi: una "generazione altrove". Segno (e minaccia) di una società - la nostra - senza futuro. Che non ha pensato e organizzato un futuro. Per i propri giovani e, dunque, per se stessa. D'altronde, circa l'85% degli italiani, cioè quasi tutti, condividono l'avvertimento - o meglio: la minaccia - dell'INPS. La generazione del 1980 andrà in pensione a 75 anni. Se non più tardi.

Così i dati di questo sondaggio trovano un senso, comunque, una convergenza. Intorno all'incertezza generata dall'eclissi, se non dalla scomparsa, del futuro. Un futuro senza sicurezza (sociale), senza pensione, peraltro, rende più im- portante, anzi, necessaria, la famiglia. Polo di solidarietà intergenerazionale. Che tiene uniti genitori, figli. E nonni. Offre ai giovani, soprattutto, un sostegno nel percorso precario fra studio e lavoro. Che si sviluppa senza più confini. L'idea che i giovani, per realizzarsi a livello professionale, e prima ancora negli studi, debbano trasferirsi all'estero, si è, infatti, tradotta, da tempo, in un'esperienza di massa. E viene guardata con preoccupazione dagli adulti e ancor più dagli anziani. Dai genitori e dai nonni. Non certo dai figli e dai nipoti. Dai giovani e dai giovanissimi. I quali sono biograficamente una generazione "nomade". Migranti, anch'essi. Non per fuggire dalle guerre e dalla povertà. Non per costrizione e per necessità. Ma, ormai, per "vocazione".

E ciò spiega perché i giovani mostrino minore preoccupazione verso i flussi migratori. (Come ha dimostrato il recente Sondaggio 2015 di Demos-Fondazione Unipolis per l'Osservatorio sulla Sicurezza in Europa.) Sono globalizzati, di fatto. Mentre i genitori e la famiglia, garantiscono loro un riferimento sicuro. Un posto dove tornare. Per poi partire di nuovo. Anche per questo, i giovani hanno meno paura della disoccupazione e della precarietà, rispetto alle generazioni più anziane. Anche se ne sono particolarmente colpiti.
 
E appaiono meno preoccupati dei tempi dell'età pensionabile, che si allungano.

I giovani. Non hanno "nostalgia" del futuro. Perché il futuro è davanti a loro. Mentre gli adulti e gli anziani il futuro ce l'hanno alle spalle.
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Immagine tratta da:www.elisabettagardini.it

Il mercato del lavoro

 
 
Il mercato del lavoro
 

Allo scopo di supportare valutazioni sulle differenze che si osservano a livello territoriale, in questo comunicato vengono diffusi i dati provinciali sull'offerta di lavoro riferiti alla media annua 2015 e per la prima volta anche quelli dei grandi comuni. Nel complesso, l'incremento dell'occupazione nell'ultimo anno risulta diffuso sul territorio ed è più accentuato nel Mezzogiorno, ripartizione che nel corso della crisi ha registrato le perdite più consistenti. Anche il tasso di disoccupazione diminuisce soprattutto nelle regioni meridionali. Le differenze permangono elevate.

I segnali di progressivo rallentamento della crescita congiunturale del Pil avviatasi all’inizio dell’anno sono confermati nell'ultimo trimestre del 2015. La pur debole dinamica positiva ha condotto comunque ad un'ulteriore risalita del tasso di crescita tendenziale, passato a +1,0% da +0,8% del terzo trimestre e +0,6% del secondo. Tale risultato è accompagnato da un miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro, rilevato da gran parte degli indicatori, con aumenti congiunturali sia dell'input di lavoro impiegato, sia del tasso di occupazione. Un tratto caratteristico di questa fase congiunturale è la divaricazione tra l'andamento positivo dell'occupazione dipendente e la debolezza persistente di quella indipendente; inoltre, all'interno del lavoro dipendente, cresce in misura significativa l'occupazione a tempo indeterminato, in un contesto di progressiva estensione della ripresa della domanda di lavoro anche da parte dell'industria dopo la forte ripresa già registrata nel settore dei servizi.

Nel quarto trimestre 2015 l'occupazione risulta stabile, dopo la crescita nei due trimestri precedenti, ma all'aumento registrato nel Nord e nel Centro si contrappone la riduzione nel Mezzogiorno. Il tasso di occupazione sale soprattutto tra i 50-64enni mentre il tasso di disoccupazione rimane invariato e quello d'inattività diminuisce. La stabilità dei livelli occupazionali complessivi è la sintesi di un consistente aumento del numero dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (99 mila in più rispetto al terzo trimestre), bilanciato da cali dei dipendenti a termine (-43 mila) e degli indipendenti (-48 mila).

I dati relativi a gennaio 2016, al netto della stagionalità, registrano una crescita degli occupati (+70 mila) che tornano al livello di agosto, dopo le variazioni nulle di ottobre e novembre e il calo di dicembre.

L'aumento tendenziale dell'occupazione registrato nel quarto trimestre (+184 mila) è dovuto quasi esclusivamente agli uomini e risulta trainato dai lavoratori dipendenti, cresciuti di 298 mila unità, in gran parte a tempo indeterminato (+207 mila) e, tra i dipendenti a termine, dall'incremento di quanti hanno un lavoro di durata non superiore a sei mesi. Accanto alla risalita degli occupati a tempo pieno, l'aumento del lavoro a tempo parziale coinvolge soprattutto quello di tipo volontario.

I dati di flusso mostrano che, a distanza di dodici mesi, crescono le transizioni dei dipendenti a termine verso il lavoro a tempo indeterminato (+3,5 punti) e i passaggi da collaboratore a dipendente (+14,4 punti) sia a termine sia a tempo indeterminato. Inoltre diminuisce la permanenza nella disoccupazione (-5,1 punti) e aumenta la probabilità di transitare nell'occupazione (+2,1 punti) o nell'inattività (+3,0 punti).

Dal lato delle imprese si registra, su base congiunturale e tendenziale, un considerevole aumento di utilizzo del lavoro sia per le posizioni lavorative sia per le ore lavorate, anche per la consistente riduzione del ricorso alla Cassa integrazione. La crescita è robusta nei settori dei servizi e, per la prima volta dal secondo trimestre del 2008, torna anche nell'industria. Le dinamiche delle posizioni in somministrazione e del tasso di posti vacanti, due indicatori utili a valutare le tendenze prospettiche dell'assorbimento di posti di lavoro da parte delle imprese, segnalano una relativa debolezza congiunturale, associata tuttavia a tendenze positive su base annua. L'aumento delle retribuzioni di fatto è risultato superiore all'inflazione, con una prosecuzione del recupero di potere d'acquisto al lordo delle imposte. Continuano a diminuire gli oneri sociali, per effetto della consistente riduzione contributiva associata alle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Queste due tendenze possono risultare rilevanti come stimolo alla crescita economica attraverso il sostegno alla domanda di consumo (indotta dalla crescita delle retribuzioni in termini reali) e alla competitività delle imprese (derivante dalla riduzione del costo del lavoro).

 
Periodo di riferimento
IV trimestre 2015
Pubblicato
giovedì 10 marzo 2016
 
L'immagine è tratta da:

 

Tecnologia, professionisti a secco

Tecnologia, professionisti a secco

 

Tecnologia, questa sconosciuta per gli studi professionali. Due su tre, infatti, non considerano l’innovazione tecnologica uno strumento di sviluppo dell’attività e non intende investirci. Non solo. Mediamente lo studio professionale ha due professionisti e due dipendenti, un fatturato massimo di 100 mila euro, non più di 50 clienti e svolge attività tradizionale. Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca dell’Osservatorio Professionisti & Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, presentata il 26 febbraio scorso a Milano, dal titolo «Professionista, oggi apriresti uno studio?». L’indagine prende in esame gli studi di avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, attraverso questionari che raccolgono le risposte di oltre mille soggetti.

La propensione all’innovazione. Riguardo la tecnologia, l’analisi individua cinque tipologie di comportamento e sensibilità nei confronti dell’innovazione digitale. Il 14% del campione rientra nelle «avanguardie strutturate», ovvero si tratta degli studi che prima di altri hanno creduto nella capacità delle tecnologie di creare valore per l’attività. Generalmente, si tratta di studi con in portafoglio oltre 60 clienti aziendali, un fatturato per addetto superiore ai 60 mila euro e che dedicano più del 28% del budget Ict a progetti innovativi. Un altro 11%, invece, testimonia interesse e sensibilità verso le tecnologie. Sono studi con una elevata propensione all’investimento in Ict (oltre il 5%) ma essendo partiti in ritardo hanno effettuato scelte più in chiave tattica che strategica, perdendo in efficienza. Un terzo cluster è formato dal 17% degli studi che dispongono di indicatori di performance e dimensionali al di sopra della media in virtù dei quali non hanno investito in tecnologia sia per il modello organizzativo sia per quello di business. Tuttavia, manifestano un concreto interesse per i temi formativi orientati alla digitalizzazione. Il 10%, invece, con buoni indicatori di efficienza interna ma con redditività in calo si dimostra indifferente nei confronti delle tecnologie anche in chiave prospettica. Il quinto cluster individuato dalla ricerca è formato dalla maggior parte degli studi (48%), che non dispongono di buoni indicatori economico-finanziari e non rivelano reazioni sensibili alla contingenza sfavorevole.

L’approfondimento completo su ItaliaOggi Sette in edicola da lunedì 29 febbraio 2016

L'immagine è tratta da www.breaknotizie.com

Lavoro, 100mila giovani l'anno lasciano il Sud per cercare fortuna all'estero

Fonte: www.repubblica.it/economia

Lavoro, 100mila giovani l'anno lasciano il Sud per cercare fortuna all'estero

L'allarme dei Consulenti del lavoro: "Nonostante questa emorragia senza fine i disoccupati in quella fascia d'età arrivano a due milioni". La metà, però, si rifugia in Garanzia giovani

04 marzo 2016
 
MILANO - La piaga della disoccupazione travolge il Sud Italia. Peggio, i giovani del Sud: ogni anno sono centomila quelli che decidono di lasciare la Penisola per cercare fortuna altrove. A caccia di un titoli di studio più spendibile, oppure di nuove opportunità. Eppure, nonostante l'emorragia continua, i senza lavoro tra i 15 e i 24 anni sono quasi due milioni. L'unica consolazione è che il 50% di chi resta si rifugia in Garanzia giovani.

L'allarme arriva dai consulenti del lavoro preoccupati per il livello di disoccupazione giovanile in Italia e soprattutto al Sud. Il vicepresidente nazionale, Vincenzo Silvestri, spiega che nel 2015 "nella fascia d'età fra i 15 e i 24 anni si sono persi 7mila posti di lavoro rispetto al 2014, e in quella compresa fra 35 e 49 anni il calo è stato di 69 mila unità. A gennaio il tasso di disoccupazione giovanile è risalito al 39,3%. L'aumento dell'occupazione nel 2015 registrato dall'Inps, dall'Istat e dal governo riguarda prevalentemente gli over 50, per via dell'innalzamento dell'età pensionabile e delle trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti precari: nel 2015 dei 764.129 rapporti di lavoro a tempo indeterminato in più rispetto al 2014, 578.081 sono trasformazioni; in Sicilia su 33.204 posti stabili in più, 18.123 sono trasformazioni e solo circa 7 mila sono le assunzioni di giovani".

La platea di giovani disoccupati è aumentata a quasi 2 milioni, nonostante "ogni anno - sottolinea Silvestri - 100 mila giovani lascino il Sud e vadano all'estero o per conseguire un titolo universitario più facilmente spendibile oppure per lavorare. Le mete più gettonate sono Inghilterra, Germania, Spagna, Romania, Balcani, Paesi Arabi e Cina".

Del bacino di giovani che restano in Italia, 1, 723 milioni sono i giovani "Neet" (di età fra 15 e 29 anni che non studiano e non cercano lavoro) censiti dal monitoraggio del ministero del Lavoro del 26 febbraio scorso sull'attuazione del programma Garanzia giovani. Di questi il 55%
 
(979 mila unità) si sono registrati sulla piattaforma Garanzia giovani. Su 862.747 adesioni definite, 424.170 riguardano il Sud, con il boom di adesioni in Sicilia (147.710). Del totale dei presi in carico (624.553), 312.148 riguardano il Sud (117.240 in Sicilia).

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