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Maria De Carlo

Maria De Carlo

LA DIRETTORA

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Politica e felicità: la comunità di Potenza attende il ruggito

“Diciamo, allora, che questo è il compimento del tessuto, ben intrecciato, dell’azione politica: la tecnica regia, prendendo il comportamento degli uomini (…) li tiene insieme in questo intreccio, e governa e dirige, senza trascurare assolutamente nulla di quanto occorre perché la città sia, per quanto possibile, felice”. E’ quanto si legge nel Politico di Platone. Il “luogo” che interpella il politico è la comunità, che non è mai perfetta, ma è “luogo” dove bisogna saper far vivere gli uomini. Il politico è visto come “allevatore” e “curatore” di greggi, egli agisce su e tra i cittadini. Un’azione la sua che parte dalla comunità e che vuole fare “cittadini di una città felice”. Politica e felicità sono un binomio che vanno a braccetto nell’opera platonica.
Ma nella comunità di Potenza questo binomio – politica e felicità – è in questo ultimo periodo particolarmente mortificato. Per tutte le difficoltà che sta vivendo la città di Potenza, per un’assenza di servizi dovuti alla crisi economica, a quel default causato da una cattiva gestione amministrativa (vedi editoriale del 24ott.us) che in questi anni ha giocato alla staffetta, i cittadini del capoluogo cominciano a diventare in-sofferenti. La buona volontà del neo Sindaco è chiara e trasparente così come tutte le forze politiche che vogliono sostenerlo in questa scalata al “recupero”. E ahimé le parole della saggezza popolare risuonano fortemente: senza soldi non si cantano messe!! E’ un dato certo. Se il Comune non avesse debiti e le casse fossero ricche si parlerebbe ora di altro! Ma la crisi si fa pesante e “pressante”. La comunità è sofferente. Alcuni esempi: dal servizio delle scale mobili (Porta Salza-Via Tammone) sospeso con relative attività commerciali in delirio, dalla ztl del centro storico non definita con disagi accentuati per i residenti alle strade dissestate etc. etc... e l’elenco potrebbe continuare...
Nella scelta del sindaco De Luca a voler rimettersi in gioco (col ritiro delle dimissioni) la comunità attende tempi nuovi e migliori rievocando nel suo nome (Dario) quello del re di Persia (detto Dario il Grande) che seppe riorganizzare l’amministrazione dell’Impero facendolo rifiorire. Ma è chiaro che da soli non si va da nessuna parte…..qui il gioco delle forze politiche tutte contribuiscono – con l’ausilio di un miracolo economico (che si spera negli effetti di una regione che concorre ad essere (con Matera) a capitale europea e quindi al sostegno solidale (editoriale del 19ott.us) – alla ripresa e al rilancio del capoluogo ridando grinta e ruggito alla Leonessa.
Tornando a Platone e al modello di governo che ci presenta e cioè basato sul “rigoroso rispetto delle leggi, al cui interno l’azione del politico deve costruire un tessuto sociale e saper intrecciare il contributo di cittadini portatori di valori, i quali, però, sono, e devono essere, opposti”, il ruolo dei cittadini è altrettanto essenziale come di chi esercita l’arte regia perché “senza il loro apporto questa felicità non si può realizzare”. Come dire: “Buoni cittadini rendono possibile una città felice”.
Dall’opera platonica molti gli stimoli e gli spunti per una riflessione sul fare politica e sull’essere politico. Si condannano coloro che “elaborano ragionamenti falsi e capziosi”, che Hanna Arendt poi definirà “piazzisti che vendono un prodotto”. Ma chi è il “politico perfetto”? Colui che racchiude in sé le virtù di scienza e di attività pratica … Il politico è colui che cerca la verità. E’ colui che “media” o in altri termini “tesse”. “Sa mescolare le virtù opposte”. E la politica non è forse l’arte regia che tiene insieme i vari opposti?


L’amore è responsabilità di un io verso un tu

 Ci sono tre domande fondamentali che ci interpellano, così come ci ricorda Martin Buber: “Sappi da dove vieni, dove vai e davanti a chi dovrai un giorno rendere conto”. L’uomo del Novecento invece ha preferito riempire il “vuoto” delle risposte con la violenza e il dominio pur avendo conosciuto le sue potenzialità più alte, come le conquiste sociali, i diritti dell’uomo, il progresso tecnologico, le scoperte per migliorare la qualità della vita, etc.

Quest’uomo ha perso la direzione e si è reso sordo alla domanda “Dove sei?”. Adamo si nasconde “per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita”, afferma Buber evidenziando come il nascondersi dell’uomo a Dio porta inevitabilmente al nascondimento di se stessi.

Per dirigersi verso il bene, verso Dio, secondo il proprio cammino, è necessario conoscere il proprio essere, “la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale”.

Ma l’uomo oggi sembra essersi smarrito. Chiuso nell’illusione di un’onnipotenza, stordito da droghe di pseudo-verità, egli si pone di fronte alla realtà e al mondo in modo del tutto irreale dando spazio a una fantasia perversa. L’uomo vaga senza meta, costruendo tende (e non case) – o meglio, Buber dice che è come se vivesse in aperta campagna senza nemmeno i quattro picchetti per innalzare una tenda - ove vivere nel mondo in modo irreale e “estraniato”. Non si pone in ricerca. Così l’esasperazione dell’individualismo da una parte e la solitudine dall’altra, hanno ammorbato l’umanità con processi di disumanizzazione che trasformano l’uomo sempre più in qualcosa di mostruoso.

La condizione dell’uomo, che è complessa, produce quella storia – dalla piccola alla grande – che necessita sempre di essere capita, reinterpretata e redenta. Non c’è storia senza l’uomo, non quello astratto, irreale, ma l’uomo concreto che cerca di affermarsi nella quotidianità del suo vissuto e lo fa non da solo, ma nella relazione con gli altri – nelle parole fondamentali delle coppie io-tu, io-esso. I grandi movimenti o le grandi strutture dipendono da questo uomo segnato dall’istinto del male e del bene in un ciclo continuo della storia dove l’uomo  è chiamato a fare scelte. Il luogo della direzione non è astratto e non è intimistico, il compimento della propria esistenza avviene nel mondo e precisamente “là dove ci si trova”. Buber ci presenta una visione non frammentaria ma “intera” dell’esistenza dove gli avvenimenti non vanno attribuiti a fattori esterni all’uomo, ma segnati invece dalle sue scelte compiute a seconda della direzione o non-direzione. Per questo l’uomo è chiamato alla responsabilità.

È nel mondo che si gioca la sua e l’altrui santificazione: “chi va verso il mondo, va verso Dio”, afferma Buber. Si è presenti nel mondo e nella relazione (io-tu) segnata dall’amore: “Per chi sta nell’amore e in esso guarda, gli uomini si liberano dal groviglio dell’ingranaggio; i buoni e i cattivi, i savi e i folli, i belli e i brutti, l’uno dopo l’altro diventano per lui reali, diventano un tu, cioè un essere liberato, fuori dal comune, unico ed esistente di fronte a lui. In modo meraviglioso sorge, di volta in volta, l’esclusività – e così l’uomo può operare, aiutare, guarire, educare, sollevare, redimere. L’amore è responsabilità di un io verso un tu”. Qui non si tratta di mero sentimentalismo, l’amore è per Buber una realtà ontologica, è qualcosa che realmente accade nello spazio tra l’io e il tu.

La Shoah: la distruzione dell'uomo

 

Giornata della Memoria: 27 Gennaio 1945, giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. Le vittime della Shoah sono state tante….e “Chi vi morì, non fu assassinato per la fede che professava e neppure a causa di essa o di una qualche convinzione personale. Coloro che vi morirono, furono innanzitutto privati della loro umanità in uno stato di estrema umiliazione e indigenza; nessun barlume di dignità umana fu lasciato a chi era destinato alla soluzione finale – nulla di tutto ciò era riconoscibile negli scheletrici fantasmi sopravvissuti nei Lager liberati”. E’ quanto afferma Hans Jonas ma è quanto leggiamo anche in Primo Levi in “Se questo è un uomo….”. E’ una pagina della storia dell’umanità buia più della notte perché l’umanità si è oscurata, è venuta meno…..non ci sono parole per descrivere l’orrore, la distruzione, la Shoah. E le parole non ci sono…. Quando i prigionieri chiedevano ai loro aguzzini il perché di tutto quel male – Warum?- questi rispondevano con un: non c’è un perché! – Hier ist kein Warum -.
Un processo di disumanizzazione che parte dal primato dell’avere sull’essere, del primato della “cosa” (interesse economico e/o di potere) sulla dignità e sacralità dell’uomo. Quando questi pensieri diventano pensieri “comuni” come se fossero “normali” si può arrivare anche alla distruzione della vita in modo “disumano”….senza pietà, senza cuore, senza ragione, senza cioè tutto ciò che rende l’uomo tale per la sua essenza di “umanità”…. Si diventa, al contrario, disumani … in una logica di “banalità del male”, cioè un male fatto non per un’indole maligna dei carnefici “ma per una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni”, così come Hanna Arendt ci spiega sottolineando come l’uomo che non ha idee e che è asservito a un sistema o diventa inconsapevolmente il braccio di un altro, obbedisce a un ordine….può arrivare a commettere tanto male…
Sarà per questo che le menti meno ricche di fantasia, di immaginazione, di idee fanno comodo e sono utili agli uomini di potere?! E sarà per questo che i libri vengono bruciati o censurati….
Ma di fronte a questa catastrofe risuona la domanda più volte ascoltata: dov’era Dio ad Auschwitz? “Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”, è il bambino “l’angelo dagli occhi tristi” che Elie Wiesel narra ne “La notte”, è quell’innocenza del bambino che rivela “l’immagine umana della bontà incondizionata di Dio ma anche della sua altrettanto radicale impotenza. Né il bambino né Dio conoscono il male, privilegio e dannazione della libertà umana”.
Ma la libertà non può essere disgiunta dalla responsabilità. Quale percorso dovremmo intraprendere affinché non accada mai più l’inenarrabile? Dobbiamo crescere in responsabilità, perché solo se l’uomo saprà “fare se stesso a immagine e somiglianza della bontà infinita di Dio (e non della sua presunta onnipotenza) – commenta Jonas - l’umanità potrà salvarsi dalla soluzione finale del problema umano”.



L'utilità dell'inutile...ci salva

 

“Quando gli spiriti barbarici riprendono vigore non solo soverchiano e opprimono gli uomini che la civiltà rappresentano, ma si volgono a disfarne le opere che erano a loro strumenti di altre opere, e distruggono monumenti di bellezza, sistemi di pensieri, tutte le testimonianze del nobile passato, chiudendo scuole, disperdendo o bruciando musei e biblioteche e archivi (…). Di ciò di esempi non occorre cercarli nelle storie remote, perché le offrono quelle dei giorni nostri in tanta copia che perfino se n’è in noi attutito l’orrore”. Sono le parole amare che Benedetto Croce pronuncia di fronte alle macerie di un’Europa distrutta dalla guerra, riprese da Nuccio Ordine nel suo “Manifesto”: L’utilità dell’inutile, per spiegarci un grande paradosso della storia e cioè quando la barbarie prende il sopravvento “l’accanimento del fanatismo si rivolge non solo contro gli esseri umani ma anche contro le biblioteche e le opere d’arte, contro i monumenti e i grandi capolavori”.

Una furia che si abbatte, a detta dello studioso, su quelle cose ritenute inutili ma che evidentemente sono percepite come un pericolo. Questo perché ciò che realmente eleva lo spirito e la crescita civile e culturale dell’umanità sono quei saperi cosiddetti inutili cioè che non hanno una finalità utilitaristica, un guadagno, ma che hanno una natura gratuita e disinteressata. Pensiamo alla poesia, all’arte, al teatro, alla filosofia, all’opera, etc. etc…. Ahimé cosa sta accadendo invece? L’interesse economico, spiega Ordine, “sta uccidendo la memoria del passato, le discipline umanistiche, le lingue classiche, l’istruzione, la libera ricerca, la fantasia, l’arte, il pensiero critico e l’orizzonte civile che dovrebbe ispirare ogni attività umana”, quel sapere insomma che non si può comprare cioè quel percorso faticoso e personale che permette un’autentica “metamorfosi dello spirito”.

E se l’uomo ha raggiunto livelli di alta democrazia, di libertà di pensiero, di espressione, di criticità lo deve proprio a tutta questa attività che lo ha innalzato nei secoli a grande umanità. A ragione Holderlin afferma che “solo il poeta fonda ciò che resta”.
Un Manifesto questo di Ordine che in questo particolare momento storico diventa davvero un vademecum per rilanciare e potenziare al massimo quell’inutile che fonda la bellezza della libertà dell’uomo e diventa quindi la vera ancora di salvezza per la nostra Europa e per l’intera umanità, a ragione Ordine ci allerta: “quando la desertificazione dello spirito ci avrà ormai inariditi, sarà veramente difficile immaginare che l’insipiente homo sapiens potrà avere ancora un ruolo nel rendere più umana l’umanità…”.

Omaggio lucano a Charlie

 

Victor Hugo diceva che dove c’è libertà c’è ironia. Parole che risuonano con forza oggi più che mai (alla luce dei recenti fatti di cronaca -Charlie Hebdo)  e così veritiere da far venire le vertigini. In effetti l’ironia e la satira sono una “salvezza” per l’uomo perché gli permettono di “vedere” quella realtà camuffata sotto vesti da circo o teatrali che strappa un sorriso e ammortizza il terrore altrimenti vissuto per la sua nudità. Anche nei sogni l’uomo non può reggere la realtà “nuda e cruda” per questo l’inconscio si veste di abiti diversi, diventa ironico…. (ricordando quanto Freud e Matte Blanco ci hanno insegnato).
Ebbene già a partire dalla copertina Antonio Grasso indossa questo abito della vignetta “auto-ironica” che l’artista-vignettista Mario Bochicchio gli regala: si tratta (nel titolo) di “Grasso che cola” (zaccara editore).  Bochicchio gioca sul nome dell’autore Grasso che “scoperchiato il capo” lascia “colare” il grasso della ironia, degli aforismi e della satira su diversi aspetti della vita quotidiana (da quella politica italiana e regionale a costume e società, giovani  e lavoro, amore e sesso, calciofilia, sacro e profano, etc.) e nel sottotitolo la confessione: “Ci sarebbe da piangere. Ma prendiamola a ridere”. Massima che ricorda quella saggezza popolare: ridiamo per non piangere.
In questa apparente rassegnazione di ri-lettura della realtà si nasconde invece, con allusioni e dissimulazioni, la voglia di recuperare logica e buon senso, ragionamento e lucidità, autonomia di pensiero, creatività e libertà di opinare.
Obiettivo riuscito a mio avviso perché Antonio Grasso illumina quel lato oscuro della natura umana, un po’ come accade ne “Il nipote di Rameau” di Diderot. Nelle sue “battute” Grasso mette a nudo quel “Nipote” che ora veste i panni del politico e ora di una vita sociale nelle sue varie manifestazioni e che mostra quel lato sfacciato e immorale, senza pudore…. .ad es. a pag. 50: “Emergenza rifiuti. Cumuli di immondizia per le strade di Potenza. Funziona solo la raccolta degli scontrini da terra”. Oppure a pag. 55: “Sono stati candidati così tanti medici che si potrebbe aprire una clinica per la cura delle patologie politiche#regionali2013”. O anche a pag. 63: “Solo in Italia i raccomandati arrivano prima di una raccomandata#posteesupposte”. E l’elenco continua, a pag. 72: “Ci sono persone così leggere da non accorgersi quanto sono pesanti” e a pag. 83: “Più che per i cervelli che fuggono mi preoccuperei per le teste vuote che restano”… A pag. 90: “Di gregge in greggio, per la Basilicata va sempre peggio”….ma mi fermo qui per non togliere la curiosità e il gusto al lettore.  
E’ un libro che raccomando vivamente perché strappa la risata ma soprattutto “pizzica” la mente al recupero di un lucido ragionare intorno e sui fatti. Grazie dunque ad Antonio Grasso per questo interessante e provocante lavoro.

 

L'Epifania e il valore del dono

 

L’Epifania ci fa riflettere sul valore del dono. Sul riconoscimento-manifestazione di ciò che si è per l’altro e di come questo riconoscimento venga sugellato attraverso il dono!  
L’Epifania è una festa solenne per la cristianità, ricorda la visita dei re Magi a Gesù Bambino. Si inginocchiarono “e lo adorarono” poiché riconobbero la presenza del divino. Epifania infatti significa (dal greco) “manifestazione”, appunto del divino. Solo Dio si adora ed è per questo che i re Magi lo adorarono e gli offrirono dei doni.  
Nella tradizione è la festa della Befana, di una buona vecchina che su una scopa vola sui tetti e magicamente riempie le calze, ben messe in vista dai bambini (e non solo), di dolciumi e doni…..e il carbone per chi è stato monello! Ma la cara Befana è buona….e sa riconoscere in ognuno quel tanto di bene da fargli meritare almeno un dono!
E ricevere un dono significa innanzitutto essere riconosciuti, amati, rispettati, voluti bene. E’ importante per ognuno di noi essere “riconosciuti”, è fonte di autostima, è fonte di serenità e armonia, è fonte di benessere… Il dono diventa dunque espressione di riconoscimento dell’altro: “tu ci sei ….. ti voglio bene”. E in questo circuito il dono diventa espressione di affetto autentico, di premio-dono verso il bambino che ha bisogno di dolcezze (la calza piena di leccornie) e di affetto. E ciò vale non solo per i piccoli. Anche l’adulto ha bisogno di sentirsi “riconosciuto” dalle persone che lo circondano, ha bisogno di sentirsi amato, accolto, desiderato….. e il dono esprime tutto questo sentire! E’ proprio dell’uomo infatti, dalla nascita fino all’ultimo respiro, il bisogno del riconoscimento-incontro-dono nella relazione con l’altro.
 Perciò quando si riceve un regalo si è contenti dentro proprio per il gesto del dono….al di là dell’oggetto…. Siamo contenti perché il dono che riceviamo è la conferma di essere stati pensati-riconosciuti dall’altro… Si manifesta così quella relazione che è ossigeno vitale per la nostra esistenza!
Ma c’è un dono che supera qualsiasi “cosa” ed è il dono della “presenza”, dell’esser-ci per l’altro. Siamo dono per qualcuno….. come il bambino per la mamma e viceversa… come l’amato per l’amata e così via…. Diventiamo dono quando siamo “presenza” (che è salvifica)nella vita dell’altro…. Così come quel bambino-Dio che si è manifestato…..
La presenza dell’altro dunque diventa manifestazione-dono ….. quella che riceviamo ma anche quella presenza che doniamo…. Buona Epifania a tutti!

Il Calendario 2015 di Karmil Cardone ispirato alla rigenerazione

Un 2015 che sta arrivando presentato attraverso gli scatti fotografici londinesi di Karmil Cardone: è un Calendario che nasce all’interno delle attività dell’Associazione Sefora Cardone Onlus (volontariato sociale in Italia e nel mondo) ma che ci offre uno spunto di riflessione sulla nostra “civiltà contemporanea” catturata in 14 immagini che Karmil ha ri-visto nella Londra di questi ultimi cinque mesi (dove lui vive).

Un fotografo è un artista. Egli sa cogliere quella profondità che l’occhio non vede nell’immediato. E’ un lavoro-missione a servizio della “bellezza”, quella bellezza che “salverà il mondo” così come insegna Dostoevskij e che si legge nell’introduzione ai dodici mesi dell’anno. Karmil Cardone attraverso i suoi scatti in bianco e nero che fermano ora il bello di un cigno sulle rive di un lago, ora una ragazza che corre con il suo cane, ora un uomo che passeggia solitario sotto la pioggia, o la visita in un museo quasi sospesi e immobili davanti alla bellezza –solo per citarne alcuni-,  inspira in noi un senso di raccoglimento e di rilettura del primato che dovremmo riscoprire e cioè dell'umano, di tutte quelle cose che contano veramente, che ci fanno battere il cuore, di una vita insomma improntata alla qualità dei rapporti umani, della solidarietà, dell’incontro.

L’uomo contemporaneo ha bisogno di recuperare un senso profondo dell’esistenza, anche in relazione con tutto il creato, e un aiuto in questo percorso viene dai “creativi culturali” (cui è dedicato il Calendario) cioè coloro che promuovono “una rigenerazione spirituale in tutto il mondo….per fini pratici come la pace, l’educazione universale e il progresso sociale ed economico”. Ma tutti, ognuno nel proprio ambito di vita, siamo chiamati ad essere creativi del bello, del buono, del vero a cominciare dalla nostra interiorità spesso alienata o “distratta” dai rumori di una esteriorità di facciata che inaridisce le esistenze e i rapporti umani.

Grazie dunque a Karmil Cardone (www.cargocollective.com/karmilcardone.com) per questo importante contributo che lo battezza così “creativo culturale”. A lui, giovane carico di sogni e di attese auguriamo ogni piena realizzazione e a noi tutti un 2015 carico di scatti di armonia e di autentico benessere.

Nascita: il nuovo che ir-rompe

 

La nascita segna un nuovo inizio. In sé la nascita è il divenire di ciò che non è ancora stato, è la possibilità che si affaccia, è la speranza che fa capolino nelle nostre vite. La nascita è portatrice di nuovo….. Il Natale, il giorno della nascita per eccellenza, rappresenta per noi tutti la possibilità di un nuovo cominciamento, personale e comunitario. Ogni nascita, poiché novità, ir-rompe e sconvolge piani e ordini costituiti. Pensate cosa può significare a livello sia individuale che sociale tale affermazione. Prende forma un nuovo cominciamento, la possibilità di guardare avanti e costruire e progettare. Così come sul piano sociale significa rivedere, ri-progettare, rinnovare, ri-costruire. E’ un processo vitale che coinvolge, non isola. Al contrario ogni visione egologica non è feconda, non si apre alla vita, all’incontro. La staticità, l’impossibilità di venire alla luce, l’assenza del nuovo porta a chiusure, a rassegnazioni, al vuoto, alla desolazione, alla sepoltura, alla morte. Quando invece accade qualcosa di nuovo, di inatteso si aprono nuovi orizzonti, nuove vedute, prende vita la novità, ciò che non è stato, una nuova possibilità, una nuova vita. La nascita è la forza sul nulla… Per questo ir-rompe e “rompe” ogni schema precostituito. Ogni nascita è evento di interdipendenza. Non si nasce da soli…. La nascita rinvia al parto. Tutti siamo stati partoriti, tutti “siamo usciti dal grembo di un altro essere umano ….da una madre”, così come spiega Ina Praetorius affermando che “L’essere partoriti ci segna per tutta la vita: siamo dipendenti, abbiamo bisogno dell’altra o dell’altro…”. Nessuno di noi ha deciso di nascere. Nessuno di noi è nato da solo. “Tutte e tutti vengono al mondo nella forma della relazione, in un luogo concreto, in un tempo definito…” (Praetorius). Ed ogni nascita è unica così come ogni persona che viene al mondo è unica, originale, irripetibile e irriducibile. Ed è a partire da questo venire al mondo in modo unico che ci apre alla possibilità di un nuovo inizio con senso e scopo. Siamo venuti al mondo e non possiamo non trovare o dare un senso e uno scopo a ciò che siamo, a ciò che ci accade. Il Bambino di Bethlem è venuto al mondo per uno scopo. La sua nascita aveva un senso. E così ognuno che viene al mondo, in un intreccio di relazioni, è chiamato a portare a compimento la propria unicità. E attingendo da quella “culla” possiamo trovare nell’amore senso e significazione del nostro essere-esser-ci. O quantomeno riflettere.

Ri-pensare all'alterità: c'è bisogno di etica per rinnovarsi.

 

Non c’è dubbio che stiamo vivendo in un’epoca particolarmente inquietante: dalle grandi alle piccole guerre; dal femminicidio all’infanticidio; dalla disoccupazione al suicidio; dalla dipendenza di ogni genere alle uccisioni….. e l’elenco potrebbe continuare. A serpeggiare in tutto ciò una perdita di senso che accompagna tanti. Ci siamo ammalati. Dobbiamo fare i conti con un individualismo e soggettivismo portato all’esasperazione. Un processo di disumanizzazione che vede un io onnivoro incapace di riconoscere l’altro. Ma per fortuna questa è la parte oscura, poi c’è quella luminosa, di chi cioè costruisce progetti e futuro, di chi sogna un riscatto, di chi educa alla pace, all’amore, al sentimento, di chi ama la vita e scommette su di essa, di chi cerca nuovi sentieri per un’umanità possibile…. E la scommessa è nell’etica. Nell’alterità è possibile trovare una risposta e un senso alla nostra esistenza. Proviamo a recuperare la dimensione della relazione che è propria dell’uomo. L’altro si rivela a me nel suo volto, nella sua nudità che da subito mi chiama – come insegna Lévinas – alla responsabilità. E’ rapporto-relazione etica. E’ il per l’altro che orienta una nuova esistenza. C’è un trinomio levinasiano che risuona fortemente, come “voce nel deserto” all’orecchio di questa nostra storia: “fraternità, umanità e ospitalità”. Si tratta di ripercorrere il cammino della ricerca della verità sull’uomo, a partire da ciascuno di noi. La ricerca di sé ci riporta all’altro. Nella parabola del Padre misericordioso leggiamo: “Tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato”; in quella espressione – “tuo fratello” – è racchiuso l’invito alla responsabilità dell’altro. L’esistenza ci consegna l’altro, il mio prossimo, mio fratello. E in questa relazione l’altro non può essere “posseduto” – possesso è sempre sinonimo di distruzione -; l’atteggiamento nuovo invece è quello della prossimità: andare incontro, guardare il volto dell’altro e vederne il mistero e “soccorrerlo”. E’ la fraternità che ci fa avvicinare all’altro, è l’umanità che smuove fin dalle nostre viscere la “compassione” e ci apre all’ospitalità. Ma il faccia a faccia porta anche uno spasmo dell’essere quando l’altro si “sottrae” al mio sguardo e con atrocità e guerra vuole “possedere” la mia libertà, il mio essere o peggio, quando uccide il sogno dell’essere e dell’esser-ci. Viviamo questo tempo di festa per riflettere su un’opzione di fondo che può cambiare le nostre vite, sia come singoli che come comunità.

Il Presepio: luogo di amore e di speranza.

 

Tempo di Natale: tempo di desideri, di sogni, di speranze. Tempo di dolcezza, di bontà e di amore. Si torna bambini, o meglio, si risvegliano in noi (nel nostro più profondo) nostalgie e ricordi di quando eravamo bambini e del nostro desiderio di vivere il periodo di Natale come il più bello, di quando volevamo vedere o costruire un Presepio. Prima i monti, poi le casette, poi la capanna e poi i personaggi messi qua e là. Quante volte presi in mano e poi rimescolati e riposizionati…… e infine lì davanti a tutto il paesaggio con gli occhi pieni di meraviglia ci sembrava di vedere una magia. Che bello! Deve essere stato così (la meraviglia) anche per Francesco d’Assisi quando nel 1223 (tre anni prima della sua morte) chiamò a sé un amico, Giovanni, e gli chiese di preparare a Greccio (proprietà dell’amico) una greppia, di portarvi un bue e un asinello … e confidò all’amico il desiderio di vedere con i suoi occhi come e cosa avvenne quella notte, di come quel bambino venisse adagiato nella culla e così via…… Dobbiamo dire “grazie” al poverello d’Assisi che amava, al di sopra di tutte le feste, il Natale “la festa delle Feste” perché era nato il “re dei re” e questo suo amore per il Natale lo rese creativo, inventò il Presepio!
La nascita porta sempre una grande gioia perché indica un nuovo inizio, una nuova possibilità, un nuovo cominciamento! La nascita mette movimento intorno a noi. Crea attese, speranze, gioie. 
Il Presepio indica una tappa della storia dell’umanità, un avvenimento fondato sull’amore. Non si può fingere di fronte alla disarmante semplicità, alla generosità, alla piena gratuità, alla gioia, alla umanità sofferente e bisognosa di aiuto, all’umanità che vuol essere accolta Per questo diciamo che a Natale si è più buoni….. La nascita del “Re dei re” ci indica tutto ciò!   

La cultura occidentale ha una grande responsabilità dinanzi a questo nuovo cominciamento. Sempre nuovo, perché abbiamo sempre bisogno –sia come singoli che come comunità- di ri-nascere. 

Con questo spirito facciamo in tutte le case, in ogni luogo, il Presepio. E se c’è spazio, poi, anche l’Albero –simbolo anch’esso della vita!

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